vero e proprio noxema a distribuzione universale e trans-storica, sebbene molte siano le differenze negli usi del termine. Lo si ritrova nella medicina popolare andina, nella medicina classica ayurvedica (dove è descritta una “follia del vento”: wata unmada), nel folklore mediterraneo (nel sud dell’Italia la categoria di malo vento, quella di rīh in Magreb, ecc.). In Africa subsahariana (fra i Peul è hendu, fra i Dogon è djede ecc.), il termine fa riferimento al sopraggiungere di un turbine di vento e di polvere interpretato come il segno della presenza di un jinn; nel Corno d’Africa Ar-Rih al Ahmar è “il vento rosso”, sinonimo degli spiriti zâr. Il termine era presente anche nell’Inghilterra rinascimentale (dove diversi disturbi di natura ipocondriaca erano connessi a vapori nefasti, e a quella che era definita appunto come “melanconia del vento”). Al v. sono connessi vari disturbi, di natura prevalentemente psichica, spesso connessi all’esperienza dello spavento (quest’ultimo determinato dall’incontro con uno spirito, la cui manifestazione è appunto il turbine di v.). In Asia il suo ruolo è non meno complesso nella psicofisiologia e nella psicopatologia di numerosi sistemi medici tradizionali: se in Malesia il suo valore è prevalentemente positivo, in altri paesi (Laos, Tailandia, Vietnam ecc.) svolge un ruolo patogenico; fra i Khmer il “vento eccessivo” (kyol goeu) produrrebbe l’occlusione del sistema di vasi che lo contengono, provocando sintomi come stanchezza, irrequietezza, ansia, dolori muscolari, paura ecc. Alcuni autori hanno suggerito che il kyol goeu possa essere considerato come una variante degli ataques de nervios descritti in America Latina o degli attacchi di panico della nosografia psichiatrica occidentale.