Culture Bound Syndrome: il termine indica una sindrome descritta all’interno si una particolare cultura o in società appartenenti ad una stessa aria culturale, ma sconosciuta altrove. Il concetto è stato proposto per la prima volta da Yap. L’inclusione delle C.B.S. all’interno dei manuali diagnostici della psichiatria occidentale ha cercato di risolvere la questione se esse siano da considerarsi disturbi mentali o comportamenti caratteristici di una particolare tradizione culturale/religiosa. Le C.B.S. sarebbero affezioni la cui espressione e il cui significato (individuale e sociale) sono determinati dalla cultura o tributari di essa, ma sono a pieno titolo malattie e considerate tali anche dalle società in cui sono descritte. Di fatto, l’aver individuato nella genealogia di molte di esse dinamismi storici o sociologici particolari (l’incontro con i colonizzatori e la medicina occidentale: è il caso del windigo, descritto presso gli indiani Algonchini, o dell’amok malese), ha indotto molti autori a riconsiderare lo statuto delle C.B.S., e sottolineare come di fatto tutte le sindromi sono in misura maggiore o minore “legate alla cultura”, comprensibili solo in riferimento ai modelli, le norme, i valori, le ansie caratteristiche di ciascuna cultura (si pensi come si siano modificate nell’arco di un secolo le incidenze di disturbi come la depressione o il disturbo di personalità multipla nelle società occidentali). Che anche le categorie nosografiche e i comportamenti patologici descritti dalla psichiatria occidentale siano fortemente condizionati da valori culturali, morali o estetici, rappresentazioni del corpo, ideologie della persona e dell’individuo, rappresenta indubbiamente uno dei contributi più significativi dell’etnopsichiatria. Conferme di questo assunto possono essere ad esempio la bassa incidenza di psicosi schizofreniche o di anoressia al di fuori delle culture euro-americane, la considerevole differenza nell’attitudine a porre diagnosi di schizofrenia e di psicosi maniacale fra Stati Uniti e Gran Bretagna, la scarsissima frequenza del suicidio in Africa. Altri motivi, sia epistemologici sia antropologici, hanno contribuito a rendere sempre più dubbio il concetto di C.B.S. o dei suoi analoghi (“Disordini psichici etnicamente specializzati”, “Sindromi ordinate culturalmente”, “sindromi determinate dalla cultura”, ecc.), nella diffusa consapevolezza che l’incidenza di un’affezione psichiatrica riflette anche l’attitudine diagnostica degli psichiatri in una epoca e in una società particolari. Simons ha proposto diversi anni fa di raggruppare insiemi di C.B.S. all’interno di taxa in ragione di somiglianze comportamentali che rifletterebbero comuni vie fisiologiche, ma questa proposta non ha restituito legittimità a tale categoria. La proliferazione diagnostica rimane d’altronde un profilo tipico della psichiatria occidentale, quasi una compulsione (Sindrome di Stendhal, Sindrome di Ulisse, Attacchi di panico, PTSD, ADHD, Chronique Fatigue Sindrome, solo per ricordare alcune delle recenti categorie proposte): designare con un nuovo termine sintomi e problemi già noti costituisce d’altronde un processo complesso, che l’antropologia legge in una prospettiva generativa e archeologica come l’espressione di una costruzione e di una produzione sociali della malattia. Questo processo risponde a complesse dinamiche: storiche e culturali, ma anche professionali.