GLOSSARIO

Abiku

COLLASSO

Abiku (“nato per morire”: Yoruba, Nigeria sud-occidentale), Ogbanje (“che vanno e vengono”, “viaggiatori”: Igbo, Nigeria sud-orientale), Dankabi (bambino “destinato a morire”, Haussa, Nigeria settentrionale), Nit ku bon (“persona che è cattiva, guasta”: Wolof, Senegal) sono termini che designano una costellazione di rappresentazioni diffuse in Africa subsahariana e relative all’infanzia e alla morte prematura (il termine indica sia la condizione sia la persona).



Tali termini indicano solitamente quei bambini che nascono dopo numerosi aborti spontanei, o dopo che fratelli o sorelle sono morti poco dopo la nascita o nei primi mesi di vita (raramente queste nozioni sono utilizzate nel caso di adolescenti). Il ciclo di morti e di nascite ripetute presso una stessa donna fa sì che essi siano dunque percepiti come bambini che “ritornano” nel ventre materno, per poi morire e tornare nuovamente nel mondo dei loro compagni invisibili. Bambini-spirito sospesi fra due mondi e con particolari tratti comportamentali (pianto inconsolabile, tendenza a isolarsi, attitudini non abituali per la loro età, talvolta aggressivi, che cominciano a parlare tardi ecc.), per alcuni autori si tratterebbe in realtà di figure rivolte a indicare bambini affetti da disturbi mentali o comportamentali (Sunday Ilechukwu). Questo asse interpretativo non sempre ha trovato conferma.

Nelle rappresentazioni di questa infanzia particolare possono essere individuati due motivi dominanti: quello di un potere ambiguo e disorientante, incongruo con le caratteristiche solitamente attribuite a un bambino, e quello di una morte sempre in agguato: tema, quest’ultimo, le cui origini deriverebbero dall’esperienza storica di un’elevatissima mortalità infantile in queste regioni, che statistiche recenti confermavano ancora molto alta sebbene con valori decisamente meno drammatici di quelli riportati agli inizi del secolo scorso (quando si raggiungeva il numero di 250 morti su 1000 nati vivi).

Il dato dell’alto tasso di mortalità è stato messo in rapporto con la presenza di affezioni caratterizzate da frequente esito infausto (drepanocitosi), ma anche questo legame sarebbe, secondo Edelstein, privo di fondamento. Se la morte prematura di questi bambini sembra ricondurre l’insieme di tali nozioni all’interno di un comune alveo di significati e di esperienze (quello di una alta mortalità infantile), le caratteristiche culturali impongono però anche di riconoscere le notevoli differenze esistenti fra le diverse nozioni: il bambino Ogbanje, spirito errante per definizione (o “cattivo spirito”, secondo alcuni racconti), non ha rapporti con il mondo degli antenati come quello Nit Ku Bon, perché a differenza di quest’ultimo non riesce mai ad accedervi. Inoltre, sebbene il bambino Nit ku Bon sembri essere lui stesso a decidere il tempo della propria morte, nel caso del bambino Ogbanje è in realtà il gruppo dei suoi compagni invisibili a determinarne le scelte e dunque il destino.

Si tratta comunque di bambini percepiti come fragili ma, a uno stesso tempo, dotati di poteri inusuali (il possesso di conoscenze insolite per la loro età, fa di questi bambini anche esseri temuti), in ogni caso ambigui: vere e proprie “figure-limite” (Andras Zempléni) che sovvertono le consuete gerarchie e i normali rapporti di potere (familiari, sociali, istituzionali) mettendo in scena il dramma di una morte che colpisce coloro che dovrebbero essere in possesso di un importante capitale di vita. Nei confronti di questi bambini la famiglia rivolge solitamente attenzioni particolari, esprimendo atteggiamenti iperprotettivi che secondo alcuni autori contribuirebbero di per sé allo sviluppo di taluni disturbi, ma ai quali è possibile attribuire le caratteristiche di autentiche strategie di prevenzione: come nella scelta dei nomi, ad esempio. Si attribuisce loro un nome privo di significato così da renderli irriconoscibili agli altri spiriti, oppure un nome la cui traduzione letterale è “immondizia”, “sporcizia”, “non ti amo”, con lo scopo di rendere questi bambini meno attraenti e bloccare così il richiamo da parte del mondo dal quale sono giunti. In altri casi il nome loro attribuito è semplicemente un’invocazione disperata alla morte perché li lasci vivere. Fra le pratiche di prevenzione, deve essere ricordata anche quella di marcare il corpo del bambino appena morto con segni e cicatrici aventi lo scopo di renderlo riconoscibile (là dove morisse e tornasse nel ventre della madre, sarebbe facilmente identificato alla nascita) e fissarlo (una volta marcato, non potrà più passare indifferentemente nel mondo dei bambini spiriti per continuare il suo ciclo infinito).

Indipendentemente dalle specifiche caratteristiche che tali nozioni custodiscono in contesti diversi, rimane da considerare la particolare nozione di persona di volta in volta messa in scena, i locali modelli di reincarnazione e le rappresentazioni del destino.

L’interesse di queste nozioni non è solo antropologico. Tobie Nathan ha proposto un riesame di tali rappresentazioni a partire da alcuni casi di bambini provenienti dall’Africa occidentale o, più spesso, nati in Europa da genitori immigrati, i cui sintomi erano assai prossimi a quelli descritti come caratteristici dello spettro autistico, o già diagnosticati come affetti da tale disturbo. Nei casi presi in esame, il problema più frequentemente emerso era quello del linguaggio (ritardo nello sviluppo delle competenze linguistiche). Più in generale, secondo Nathan, là dove la nostra psichiatria cerca di produrre a partire da questi disturbi una teoria dello psichismo e dei disturbi della comunicazione fra bambini e genitori, in altri contesti l’interpretazione è rivolta piuttosto a decifrare i messaggi trasmessi attraverso queste figure-limite dal mondo dell’invisibile o dagli antenati. In gioco ci sarebbe dunque soprattutto l’uso sociale di un disturbo o di una malattia (Zempléni). Non è mancato chi, come lo psicologo Aboubacar Barry, ha cercato di sbarazzarsi del significato di queste rappresentazioni ripensandole come pure e semplici metafore. Ma le metafore sono anche strategie conoscitive (Ludwig Fleck), e pertanto, seppure solo di questo si trattasse, tali nozioni imporrebbero un esame accurato perché, proprio in quanto metafore, esse alludono anche a modi di conoscenza e strategie di controllo dell’esperienza propri delle famiglie e delle società considerate. Ciò significa in particolare, nel caso di famiglie immigrate, creare le condizioni perché sia possibile condividere nella loro lingua i dubbi, le angosce, gli interrogativi e i conflitti che emergono sullo sfondo delle difficoltà manifestate da questi bambini.

Le nozioni di abiku e ogbanje hanno però, più di altre, conosciuto un singolare sviluppo nell’ambito della letteratura nigeriana e, successivamente, afroamericana (Chinua Achebe, Wole Soyinka, Ben Okry, Chimamanda Ngozi Adichie, Akwaeke Emezi, Ayòbámi Adébáyò; negli Stati Uniti: Toni Morrison, John P. Clarck, Sefi Atta), a sottolineare che esse occupano un posto particolare nell’immaginario degli scrittori dell’Indipendenza e della Diaspora. Ciò legittima l’interpretazione di tali nozioni come tropi narrativi, utilizzati per pensare – a partire dallo scandalo della morte – eventi storici come la tragedia della tratta, la frattura dei legami di parentela che essa determinò per milioni di africani, l’esperienza della morte e dell’umiliazione, la dispersione delle famiglie, l’incertezza dell’esistenza, il destino di essere gettati fuori dalla storia, le nuove forme di legame familiare e di psichismo generate da questi processi. Che esse ricompaiono nel corso dell’esperienza della migrazione per nominare le ombre e le violenze che spesso ne scandiscono il tempo, suggerisce dunque la necessità di pensare alla storia di un nome al di là dei confini della clinica, di categorie mediche locali o di una credenza nella reincarnazione.