divinità delle acque, largamente diffusa in Africa subsahariana, ma con figure aventi una rappresentazione sorprendentemente simile dal Marocco (Aïcha ‘Quendicha o i suoi equivalenti Lalla Aïcha, Aïcha soudaniyya, Aïcha l'gnaouia) al Senegal alla Nigeria, dalla Repubblica Democratica del Congo al Mozambico, dal Brasile (Mãe d’agua: dove, con il nome di Yemanja, è oggetto di un culto assai diffuso) a Cuba. Simbolo di fecondità, di potere, di bellezza, immagine di seduzione ma anche di morte, Mami Wata (termine pidgin per Mammy Water) incarna oggi alla perfezione le moderne icone del successo economico e sociale, dell’autonomia e del desiderio femminile: come dimostrano le immagini che in Africa oggi affiancano ai tratti tradizionali con i quali viene rappresentata questa divinità (capelli lungi e lisci intrecciati a serpenti, corpo da sirena, pelle chiara ecc.) oggetti quali cellulari, specchi, automobili. La divinità promette ricchezza e successo, ma esige che venga rispettato un insieme di vincoli analogo a quell’alleanza non poco gravosa che è stata studiata da non pochi antropologi in relazione al rapporto fra posseduti e divinità. Il culto di possessione di Mami Wata, le cui origini sono da alcuni ricercatori messe in rapporto a figure femminili introdotte in Africa dai primi colonizzatori ma provenienti dal sub-continente indiano, è stato messo in relazione ad altre entità invisibili (spiriti ogbanje), che intrattengono rapporti stretti con il mondo dell’infanzia e sono ritenute responsabili in questa età di diverse affezioni o casi di morte. Non poche immigrate nigeriane (più raramente uomini) fanno riferimento a M.W. nel racconto delle loro esperienze pre-migratorie, e ciò ha reso singolarmente conosciuto questo culto nell’Europa contemporanea.