Gli antropologi sanno che gli archivi non limitano il loro ruolo alla conservazione di testi, memorie o documenti privati e pubblici: sono allo stesso tempo uno spazio di lotta per imporre un significato particolare alle cose e agli eventi. Il loro lavoro di archiviazione di fronte a un testo che è presente, ma che spesso si riferisce a qualcosa o qualcuno che è assente, indugia su questa tensione.
Gli sforzi compiuti per nascondere o cancellare alcuni materiali d’archivio sono talvolta ancora più rivelatori di ciò che l’archivio contiene: la strana compulsione a registrare il negativo, l’orrore, e poi cercare di nasconderlo per farci dimenticare. Quando si fa riferimento al caso degli scritti dei malati di mente e dei detenuti, il lavoro di archiviazione rivela un vero e proprio “contro-archivio”, in grado di conservare malgrado tutto parole e ricordi repressi all’interno di istituzioni totali. In questo senso, i materiali di cui il progetto intende occuparsi (racconti di violenza istituzionale, abusi e pratiche disumane da parte della medicina e della psichiatria, contaminazione consapevole degli ambienti naturali da parte delle industrie e altro ancora) definiscono un altro capitolo di quegli “archivi del male” sui quali Jacques Derrida ha attratto il nostro sguardo.
Qui la ricerca incontra uno dei suoi oggetti più importanti. Lavorare con gli “archivi come soggetti” significa non solo recuperare un passato messo a tacere, ma anche riconoscere che la violenza era spesso una violenza diretta “contro il passato”.
Se guardiamo più vicino a noi, il progetto di esplorare gli archivi psichiatrici, partendo dal punto di crisi del paradigma introdotto dall’esperimento di Franco Basaglia, suggerisce un’ulteriore azione: concepire l’archivio come un territorio in cui diventa possibile rompere la narrazione o la rappresentazione dominante della follia (e più in generale dei gruppi subalterni) e far risorgere altri linguaggi e tracce, conoscenze e pratiche soggiogate. In questo senso, gli archivi possono, a certe condizioni, riuscire a travalicare i confini nazionali e temporali facendosi leva di cambiamento e di coscienza storica. È il caso delle istituzioni psichiatriche come quelle degli ospedali di Collegno e Grugliasco: dove i soli documenti delle violenze esercitate sui pazienti (quelle realizzate ad esempio dal dottor Giorgio Coda ai danni dei bambini ricoverati a Villa Azzurra) sarebbero stati il dolore e le umiliazioni di questi ultimi, mentre allo stesso tempo le cartelle cliniche pretendevano condensare in qualche riga (“an-amnesia”) la vita e le esperienze indicibili dei pazienti.
L’etnografia nata dalle sensibilità e dagli interessi appena evocati è stata in grado di sviluppare una nuova metodologia di ricerca, di cogliere i ricordi delle culture spogliate e la dolorosa esperienza dell’esclusione, di registrare i documenti acustici e visivi di saperi in via di scomparsa ma anche di memorie individuali a lungo occultate e dimenticate (come nel caso degli archivi sonori raccolti da Maria Pia Bruzzone nell’ex-ospedale Psichiatrico di Arezzo). Registrando i canti di protesta dei braccianti, le lamentele dei contadini, le ninne nanne delle madri povere del Sud Italia, è stato possibile immaginare un approccio radicalmente diverso al “soggetto etnografico” e sono state gettate le basi per una “antropologia decoloniale”.
Questo nuovo approccio è sintetizzato dalla consapevolezza espressa da Ernesto De Martino sul ruolo politico dell’intellettuale di fronte ai contadini e alla povertà dell’Italia meridionale. Analogamente a De Martino, Frantz Fanon, figura pionieristica della decostruzione e dell’epistemologia decoloniale, ha saputo analizzare le dimensioni del razzismo, della violenza epistemica e dell’alienazione, criticando efficacemente l’ipocrisia delle pretese di “oggettività” nella metodologia delle scienze sociali e rovesciando le pretese scientifiche della psichiatria coloniale. Oltre a questo, sia De Martino che Fanon indagano l’esperienza della “fine del mondo”, la crisi radicale, cioè l’apocalisse psicopatologica, culturale e politica.
“Archivio” è un concetto carico di implicazioni politiche, storiche ed epistemologiche. L’archivio è “innanzitutto la legge di ciò che può essere detto, il sistema che governa la comparsa delle dichiarazioni come eventi unici” *. Se tutte le società cercano di documentare, conservare, preservare e imporre un’immagine specifica di sé alle generazioni future, allora sono la scelta dei materiali, le rovine su cui sono costruiti e le voci smorzate di coloro che devono essere dimenticati o esclusi a costituire la questione cruciale degli archivi.
* Michel Foucault, Archeologia del sapere
Gli archivi coloniali, psichiatrici o giudiziari sono espressioni esemplari di questo immenso "lavoro di archiviazione" volto a ricordare e allo stesso tempo a nascondere "un’affascinante combinazione di ciò che nega e di ciò che vuole a tutti i costi sentire" (è Farge a ricordarlo). Amettendo l’incompletezza ontologica degli archivi ("Archivez, archivez, il en restera toujours quelque chose!"), la nostra ricerca è particolarmente interessata a indagare ciò che gli archivi dicono nonostante se stessi. Per questo motivo, l’etnografia diventa un metodo complementare, anzi necessario, per "redimere" il lavoro classico sugli archivi. In questo senso, il progetto aderisce pienamente alla proposta di Ann Stoler, che suggerisce un passaggio "dall’estrazione all’etnografia" negli archivi coloniali e di altro tipo: un "passaggio dall’archivio come fonte all’archivio come soggetto".
Questa è una prassi che caratterizza il funzionamento di tutti gli Stati autoritari (come l’Unione Sovietica, ad esempio, che ha cercato di “sterminare” il passato delle società mongole) e forse dello Stato stesso. È il caso dello Stato postcoloniale del Mozambico, che ha cercato invano di cancellare le conoscenze dei guaritori e le pratiche terapeutiche locali, definendole semplicemente una forma di oscurantismo.
Queste linee e questi autori hanno costituito le premesse della nostra ricerca, orientandoci nell’analisi dei nuovi archivi della sofferenza e lungo le linee di resistenza di chi non è stato, malgrado tutto, vinto dalla tragedia.