I font utilizzati su questo sito: Auge (Fontfabric) and Skeetch (Steven J. Lundeen)
Andrea Filippo Ravenda
Adriana Petryna
Marica Setaro
Samuele Silva
Maysam Taher
Simona Taliani
Patrice Yengo
Francesco Zanotelli
Nicola Valentino
Joris Lachaise
Ilaria Eloisa Lesmo
Shahram Khosravi
Carla Mangione
Takeshi Matsushima
Sandro Mezzadra
Massimiliano Minelli
Giulia Nistri
Alessandro Petti
Ibrahima Poudiougou
Marta Quagliuolo
Ciro Quaranta
Federico Cerrato
Manfredi Clemente
Alice Conti
Raffaela Cucciniello
Renato Curcio
Paola Di Mauro
Edoardo Di Muro
Icir Di Muro
Giacomo Doni
Linda Gerbaudo
Sandi Hilal
Karima Lazali
Aminata Aidara
Nourredine Amara
Stefano Avanzi
Lillo Baglio
Fabio Bego
Roberto Beneduce
Metis Bombaci
Livio Boni
Houria Bouteldja
Omar Bravo
Nadia Breda
Mirko Capozzoli
Samuele Silva
Dana Baraqwi
Federico Basso
Giulia Cavallo
Diego Mometti
Marcello Anselmo
Design e Programmazione
Disegni e Grafica
Fotografie
Coordinatore editoriale
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale è stato curato da Simona Taliani (Università di Napoli L’Orientale) e da Roberto Beneduce (Università di Torino), con il contributo di:
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale in cui state navigando è stato creato grazie al finanziamento UE – NextGenerationEU PRIN 2022 PNRR (M4C2) del Progetto coordinato da Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) dal titolo “S.E.L.F. - Stories of Exclusion and Living Freedom. Archives of sorrow and ethnographies of hidden subversion in mental health institutions: exploring the intersectionality of subalternities”.

S.E.L.F. ha coinvolto tre unità di ricerca (Università di Torino, Università di Firenze, Università di Perugia), coordinatesi per esplorare le traiettorie degli ultimi e comprendere i modi in cui si producono pratiche di nominazione e classificazione della loro sofferenza, di categorizzazione delle forme di umanità e soggettività riproducentisi “ai margini” (della società, della storia).
La ricerca ha voluto scrutare più in particolare anche i modi in cui queste soggettività interagiscono producendo vite infami, abitando territori disturbati, lottando contro i confini (semantici, politici, diagnostici, giuridici) che si vuole loro imporre. Ed esplorare, negli archivi viventi della sofferenza, ciò che resiste e sopravvive nelle manciate di tempo che restano agli ultimi (in senso demartiniano).

Il progetto integra approcci etnografici e storici al fine di esaminare le diverse questioni relative alla violenza culturale, strutturale e istituzionale, i profili dei nuovi subalterni e le diverse strategie di resistenza che emergono all’interno dello Stato-nazione contemporaneo. Indagare le forme intersezionali di resistenza, mappare quali sono i margini e come vengono costruiti oggi, sono gli aspetti centrali della nostra proposta di ricerca.


Responsabile del progetto: Roberto Beneduce
Settore scientifico disciplinare: S-DEA-01/A
Data di inizio e di fine progetto: 30/11/2023 - 28/02/2026
Ente finanziatore: MUR e Unione europea NextGenerationEU
Capofila: Università di Torino
Università Partner:
Università di Firenze (Francesco Zanotelli)
Università di Perugia (Massimiliano Minelli)


L’Atlas è stato realizzato dall’Associazione Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e “Illas Saperi in divenire srls”. Le tavole prodotte da Giulia Cavallo, antropologa e disegnatrice, sono state realizzate grazie a un incarico di collaborazione reso possibile dal contributo del MAECI alla Missione etnologica italiana in Africa subsahariana.

Hanno lavorato alla sua realizzazione:

“O que chamo de queda do céu é a destruição de tudo o que existe. Os brancos não percebem, mas estão serrando as cordas que sustentam o céu” (A queda do céu: palavras de um xamã yanomami, di Davi Kopenawa e Bruce Albert). La traduzione italiana, curata de Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri, è pubblicata da Nottetempo (2018).
Se certamente l’esperienza di fine del mondo lascia qualcuno del tutto indenne (i Bianchi, secondo gli yanomami; il capitalismo globale e le politiche imperialiste, secondo i movimenti del Friday for Future), è sempre più una esperienza normale di stare al mondo oggi.
Della Uppgivenhetssyndrom o sindrome da rassegnazione si è parlato in Svezia nei termini di una “sindrome da Biancaneve” o della “Bella addormentata”, quasi a voler colorare di fiabesco un eccesso di realtà (il fallimento del progetto migratorio, l’esposizione a nuove persecuzioni, il rimpicciolimento del proprio futuro). I piccoli pazienti, descritti come apatici e passivi, realizzavano una vera e propria uscita dal mondo. Di queste vite intorpidite, di queste vite-per-la-morte, dopo anni di silenzio l’opinione pubblica è venuta a conoscenza nel 2017. Alcune di queste esistenze silenziose furono infatti portate all’attenzione internazionale dal lavoro della giornalista Rachel Aviv, “The trauma of facing deportation” (The New Yorker, 2017). Georgi, un adolescente russo dell’Ossezia del Nord, nel racconto fatto al momento del suo risveglio, ricordava di aver sentito il suo corpo come “acqua” quando gli era stato negato di poter vivere “nell’unico paese che conosceva”, intrappolato “in una gabbia di vetro … dove ogni movimento poteva uccidere”.
1.
2.
Sono nozioni centrali del pensiero demartiniano che sono sviluppate nella voce malocchio.
14.
In questo modo possiamo intendere i riti di possessione che governano gli stati di trance e generano adepti reintegrati in un culto e/o nella loro comunità.
15.
Mahfoud Boucebci, direttore della Clinica Psichiatrica del Centro Ospedaliero Universitario di Drid-Hocine, scriveva, qualche giorno prima di essere assassinato a colpi di coltello nel 1993, che il suo paese viveva in un’atmosfera angosciante (“ambiance pénible”). Il suo contributo è stato tradotto da Roberto Beneduce, nell'Appendice “Tra due rive” e pubblicato in Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria della migrazione in un mondo creolo (Franco Angeli, 2004 [1998]). Il termine “atmosfera di morte” viene approfondito anche in “terrore” dove si ricorderà, tra altre tragiche vicende, quella raccolta dalla giornalista svedese Christiana Lilliestierna, in un campo profughi di rifugiati algerini in Tunisia. La giornalista riporta la storia di un bambino di sette anni, portato in salvo dal nonno dopo una fuga durata cinque giorni. Sul suo collo si riconosce la cicatrice lasciata dal filo spinato a cui era stato attaccato durante l’esecuzione da parte di soldati francesi dei suoi genitori, mentre un soldato gli teneva gli occhi spalancati per obbligarlo a vedere, a ricordare (gli aguzzini hanno sempre questo strano bisogno: che qualcuno ricordi il loro gesto mostruoso; di questo non si è detto ancora abbastanza). Il bambino, continua Lilliestierna, affermava ora di desiderare una sola cosa: “poter tagliare un soldato francese in tanti piccoli pezzi”. Ebbene, commenta Fanon, “si pensa che sia facile fargli dimenticare l’assassinio dei genitori e [il suo desiderio di] una vendetta enorme? Questa infanzia orfana, che cresce in un’atmosfera di fine del mondo: è questo il solo messaggio che lascerà la democrazia francese?” (L’anno V della rivoluzione algerina, edito nel 1959, è pubblicato da DeriveApprodi in Scritti politici, Volume II, 2007).
Alla voce “collera” si possono trovare altri riferimenti bibliografici, che permettono di esplorare con determinazione altri lessici del 'trauma'. I Kashmiri, per esempio, utilizzano termini come 'atmosfera' (mahaul) o 'situazion' (hālāt), che se da un lato rendono impossibile localizzare il trauma dentro il solo spazio privato, o circoscriverlo nel tempo di un incidente; dall’altro ne radicano il senso all’interno di un ambiente traumatico, lungo le superfici di contatto tra il corporeo e il sociale, lo psichico e il politico.
18.
Nella serie A Fanon specifica di analizzare cinque casi: “si tratta di algerini o di europei che hanno presentato, dopo fatti ben precisi, disturbi mentali di tipo reazionale”.
19.
Per chiunque oggi voglia affrontare la tragedia della migrazione una simile riflessione dovrebbe essere fissata su un cartello, all'ingresso di ogni centro di salute mentale o servizio rivolto a chi affronta l'esilio e lo sradicamento. Una lettura consigliata è quella di Sinan Richards, “Triggering the End of the Colonial World: Tosquelles and Fanon” (Journal of Humanistic Psychology, 2025).
17.
Annotazione di Tosquelles nel già citato lavoro dedicato a ricordare la figura di Fanon a Saint-Alban: "Il présupposait que Saint-Alban constituait un champ d’action qui s’essayait à pouvoir offrir des possibilités – contrôlables – pour que la folie puisse dire son mot et se réélaborer".
16.
“L’azione salvifera si è compiuta
mediante una forza magnetica, che il paziente possiede nella regione della laringe. Cosí egli ha “stimolato in alto” (herauf-gelupft) dalla terra gli
uomini, soprattutto soldati svizzeri. In connessione con la regione magnetica del collo, egli soffre di disturbi di deglutizione, sí che deve far fatica talora per inghiottire patate e legumi. È in possesso da parecchio della forza magnetica nella laringe e questa forza è sorta quando egli ha inghiottito una grossa mela con tutto il gambo e questa mela gli è rimasta nel collo danneggiando la laringe. Da allora egli non ha potuto inghiottire bene. La regione è diventata magnetica, ed è diventata anche un luogo attraverso il quale sta in rapporto con gli uomini.
"Gli aviatori hanno già da tempo detto che essi non potrebbero più volare, a causa mia”.
13.
Il giovane contadino, un po’ primitivo, solitario, tranquillo “non si era mai trovato nel mondo del tutto a proprio agio (ganz heimlich)”
12.
Il Weltuntergangserlebnis è “l’esperienza vissuta di fine del mondo” e la reintegrazione avviene combattendo contro quel rischio radicale del negativo che è il non poterci essere in nessun mondo intersoggettivo possibile. Ernesto de Martino tratterrà in nota questo passaggio: “L’uso del verbo ’finire’, piuttosto che del sostantivo ’fine’ tiene conto di un’osservazione riguardante la traduzione di Weltuntergangserlebnis contenuta in uno degli articoli che motivavano la collaborazione con lo psichiatra Bruno Callieri: “La parola tedesca ’Untergang’ non possiede qui
il preciso significato di “fine” (’Ende’); questo è il termine fisso, inteso nella sua irrevocabile staticità, quella invece indica l’andar sotto, l’annientamento, il crollo, lo ’sprofondarsi’, in tutta la sua dinamica”: B. Callieri e A. Semerari, “Alcuni aspetti metodologici e critici dell’esperienza schizofrenica di fine del mondo” (Rassegna di Studi Psichiatrici, 1954). Si evoca qui un vissuto di destrutturazione psichica dinamico a cui fa eco un’altra dinamica, ossia l’esperienza sociale in cui tramonta irrevocabilmente qualcosa.
11.
Ernesto de Martino tornerà dalle prime spedizioni scientifiche con impressa nella memoria l’immagine del caos, quella che Belardinelli gli restituisce traducendo su tela “il senso di maligna provvisorietà, di tenebre fermentanti” della Rabata di Tricarico. Terra lucana, scriverà de Martino, dove vivevano alcune migliaia di contadini, ma meglio si direbbe che contendevano “al caos le più elementari distinzioni dell’essere”. Ciò di cui parlavano, lui con loro, era di un futuro che non arrivava mai. Questo per lui inedito rapporto di ricerca con i subalterni “finì con l’apparir[gli] non solo come inizio e stimolo della ricerca, ma addirittura come condizione fondamentale per la sua stessa possibilità”.
Dei braccianti lucani – di Paolo Zasa, Rocco Tammone, Rosa Stasi – conosciamo il numero delle giornate di lavoro raggiunte in un anno e il “nudo elenco di cifre”, diligentemente scritto su pezzi di carta e conservato nel portafoglio, a ricordare loro “i prestiti faticosamente ottenuti” e i crediti non ancora restituiti (“si serba anche memoria di un bambino nato sotto il segno del debito” e delle 3000 lire da dare alla levatrice per il servizio prestato nel 1949).
Gli anni di Rocco Tammone e di Rocco Scotellaro – compare carissimo del primo – sono anni di lotte e di “scioperi alla rovescia”, esperienze collettive che maturavano tra intellettuali, meglio noti alle forze di polizia come agitatori politici, esponenti sindacali di sinistra e quei cafoni abbruttiti che anche di notte sognavano porci e “vacche pure, macchie d’erba” e padroni che non pagavano le giornate di lavoro.
Sono questi gli anni in cui de Martino si impegna a condurre le sue inchieste sulla miseria nella “Cenerentola del Meridione popolare”, come Pasolini ribattezzò la Basilicata.
10.
Il materiale delle spedizioni in Lucania del 1953 è reperibile qui. Al quinto minuto circa inizia la registrazione dalla Valle del Sinni. Si può accedere anche dal sito dell'archivio sonoro.
9.
È d'altra parte questo uno dei temi portanti dell'abiku e di tutti quei vocabolari della mortalità infantile: dei bambini “nati per morire”, la cui credenza è diffusa in tutta l'Africa occidentale e nella diaspora. Memorie smembrate durante la tratta atlantica, furti di giovani vite sfruttate lontano da casa, bambini senza madre e madri senza bambini). L'abiku è il tropo della migrazione forzata e del dramma di quei “60 milioni” e più a cui la letteratura ha dedicato alcune delle pagine più amate.
8.
Lo storico Hervé Guillemain ricostruisce in modo sapiente una storiografia della schizofrenia nel XX secolo, prendendo in considerazione i cambiamenti nelle nomenclature della medicina in rapporto a eventi storici maggiori (come la crisi del 1938 o l’esodo del 1940) e restituendo alle classificazioni psichiatriche la loro dimensione socio-politica e culturale. Si consigliano diversi suoi contributi: la monografia Schizophrènes au XXe siècle. Des effets secondaires de l’histoire (Alma, 2018); l’articolo “Le reste de l’Histoire. La croyance aux sorts dans l’hôpital psychiatrique du xxe siècle” (Chrétiens et sociétés, 2022); e infine il Dizionario da lui curato insieme all’équipe di ricerca del progetto DicoPolHis, consultabile qui.
5.
È anche l'esperienza dei migranti in cerca di un rifugio che la società di accoglienza non è disposta a riconoscere e che sperimentano il crollo del progetto migratorio e la crisi insorge in esilio: si hanno allora, dal lato della biomedicina, sindromi come quella da rassegnazione; dal lato delle società di origine, varie pratiche rituali di “richiamo” per far tornare la persona a casa e in sé (come nel caso del wootal, una parola wolof, usata in Senegal, per indicare il legame indissolubile tra il migrante e chi è rimasto).
7.
La figura che emerge dalla memoria di Tosquelles è quella di uno psichiatra che aveva appena terminato i suoi studi all'Università di Lione (dove si studiava una psichiatria organicista, conservatrice e reazionaria, secondo Tosquelles) e che gli farà scrivere: “J’ai l’espoir que quelques jeunes psychiatres vont s’y reconnaître. En plus, j’ai la sécurité absolue que la moisson va se lever quelque part”. E ancora: “Sa présence exigeait votre propre engagement, suscitait votre propre engagement critique”.
Per leggere l'articolo che Tosquelles dedica a Frantz Fanon si può recuperare la versione originale qui e quella tradotta in inglese qui.
6.
Negli anni di Saint-Alban, François Tosquelles ricorderà così Frantz Fanon: “Sa présence exigeait votre propre engagement, suscitait votre propre engagement critique”.
4.
Ernesto de Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (Einaudi, 2019).
3.
Non un solo figlio, ma centinaia di figli; non solo un volto di qualche bambina (“lacera e piangente”, scriveva Ernesto de Martino ne La fine del mondo), ma innumerevoli volti laceri e piangenti. Nulla si ferma, tutto continua, inflessibile.

اتركوا بقعة واحدة، واحدة فقط دون دم، لكي نشرح للأولاد غداً كيف كان لون الرمل

Lasciate un punto, solo un punto senza sangue,

così potrò spiegare ai bambini domani

di che colore era la sabbia

Khaled Juma, poeta palestinese


L’immaginario del collasso, nello stile di vita moderno, prende corpo nelle case in fiamme dei più piccoli; nei mondi che crollano dei più giovani. Sembrano, in effetti, loro i primi ad accorgersi che qualcosa non va o non vale più tra me e il mondo; che aumenta la fatica di trovare un senso di fronte all’assurdo; che non si resiste a lungo, illesi, all’aria del tempo.
Ritirarsi e rinchiudersi, negarsi al mondo, girargli le spalle. Il collasso si presenta come una apatia, una rassegnazione, una anoressia, un torpore, una contrazione, una fatica: un’esperienza vissuta (Erlebnis) di fine del mondo in stretta risonanza con la reale fine di un mondo o, per dirla con le parole del più noto sciamano yanomani nostro contemporaneo, con la caduta del cielo1. All’approssimarsi della distruzione di tutto ciò che esiste, si respira l’imminente rischio della fine del mondo come lo conosciamo. È un duplice rischio: di perdere il mondo e di perdersi in un mondo che non riconosciamo più, che ci rifiuta o che ci fa paura, senza che un mondo nuovo sia all’orizzonte. Viviamo con incertezza in un perenne stato di allerta.
L’esperienza del collasso ci costringe a tenere unite queste istanze, il sintomo e il mondo, nell’ora del crepuscolo, quando siamo sulla soglia del passaggio tra la luce e l’ombra, dal giorno alla notte: quando tutto all’improvviso può succedere e cambiare per sempre la direzione delle nostre vite.

Il collasso (come esperienza vissuta, affetto o, infine, fantasma: non differenziamo per ora l’intensità con cui ha modo di manifestarsi nelle vite delle persone) non è specifico di una condizione morbosa, anche se ha sempre ricevuto l’attenzione costante di chi, dall’alto di un sapere esperto, ne ha medicalizzato la condizione. Oggi i suoi nomi sono innumerevoli come lo sono le diagnosi che sciorinano, grano dopo grano, i comportamenti della crisi: dall’Hikikomori in Giappone agli Apatiska in Svezia2; dalle forme generalizzate di fatica (sindrome della fatica cronica, Brain Fag Syndrome) e di rifiuto del cibo (anoressia mentale) al ritrarsi dal mondo di singole parti del corpo (Koro). Non è un caso se il collasso prende spesso la forma delle sindromi culturalmente orientate (CBS, come nel caso della sindrome Dhat), perché è sempre in relazione a un particolare territorio simbolico che i corpi cominciano a sfumare i contorni, a perdere di vitalità, letterale e metaforica, e a evaporare le vite (come oggi evaporano i palestinesi a Gaza dopo l’uso di armi di cui non si conosce appieno la portata mortifera se non nella capacità che hanno di produrre in numero massiccio e istantaneo degli “scomparsi”). Il collasso è dunque anche questo rapporto intimo e infimo tra la modernità del potere – con il suo “tecnicismo moralmente indifferente”3 – e la produzione di sempre nuove soggettività, scavate dall’inquietudine di vivere impotentemente.

Gli autori che ci aiutano a sviluppare un pensiero critico sull’esperienza di fine del mondo sono in qualche modo legati da affinità generazionali (scrivono cioè negli stessi anni, al cospetto di vicende storiche simili) o hanno avuto tra loro incontri scanditi dall’amicizia o da una stima professionale che è rimasta integra negli anni4. Pensiamo qui a François Tosquelles, Ernesto de Martino e Frantz Fanon.

François Tosquelles sostenne nella sua tesi di dottorato in medicina che il vissuto catastrofico da fine del mondo, “riscontrato frequentemente negli schizofrenici, non era specifico dei malati”. Siamo nel 1948, nella regione della Lozère, al cospetto di uno psichiatra la cui traiettoria personale all’epoca era già stata investita da una guerra civile (quella spagnola) e una guerra mondiale. Il suo lavoro, intitolato Le vécu de la fin du monde dans la folie: Le témoignage de Gérard de Nerval, vide la pubblicazione soltanto nel 1986.
Uno dei primi sentimenti che Tosquelles descrisse nei pazienti che incontrava a Saint Alban era quello di una “estrema solitudine esistenziale”. Solitudine. Unicità. Essere soli o forse piuttosto, continua Tosquelles, essere “da soli” perché “da soli” si era già tutto e si aveva tutto il mondo addosso.

Il Signor A., rifiutato da ogni parte (“rejeté de tous côtés”), dice si sé di essere un cadavere articolato “cadavre articulé”.

Il Signor P. dichiara: io, io sono interamente personale (“moi, je suis entièrement personnel”).


Mentre il regime di Vichy lasciava morire donne e uomini, adulti e bambini nei manicomi e il nazi-fascismo avanzava inesorabile in Europa, a Saint-Alban, attorno a François Tosquelles, si sviluppava una pratica indissolubilmente clinica e politica forgiata per proteggerci dalle forze concentrazionarie delle istituzioni totali5 e difendere la dimensione umana della ‘follia’. Deterritorializzando la psichiatria, la psicoterapia istituzionale à la Tosquelles (e potremmo aggiungere à la Guattari) dimostrò il potere dell’inconscio sulla vita politica di intere comunità.
Quelli che Tosquelles incontrò a Saint-Alban erano corpi morti, deprivati tanto delle loro capacità fisiologiche, quanto di ogni legame sociale. Ma non si trattava, secondo lui (che, ricordiamolo, trasmise le basi della psicoterapia istituzionale a un Fanon giovanissimo, arrivato a Saint-Alban tra il 1952 e il 19536) della solitudine che si manifesterebbe nell’indifferenza verso il mondo; piuttosto di qualcosa che ne era il rovescio. Come comprendere altrimenti questa esperienza che segna l’inizio della fine di qualcosa? Di un’esperienza che non permette di poter ricominciare?
Se l’esperienza di fine del mondo denuncia la disumanizzazione dell’uomo (nelle guerre, nei campi concentrazionari, durante i genocidi, sotto il colonialismo, nelle lotte di liberazione), questo stesso uomo è investito dal mondo che crolla e coinvolto dal dover o poter fare qualcosa: quando l’umano e il non-umano non hanno più spazio vitale, non respirano più, non per questo cessa la lotta per la sopravvivenza.7 La follia si presenta allora come una delle possibilità – fuori da una normalità ormai negata – di continuare a vivere a certe condizioni storiche. Queste, dunque, le riflessioni di Tosquelles.

Torniamo ora in Italia, negli anni che dal 1948 vanno al 1952. 1948, Ernesto de Martino inizia a sviluppare il dramma esistenziale della “crisi della presenza” su cui tornerà incessantemente nell’opera a cui ha lavorato una intera vita, per pensare alla sua risoluzione. 1952, Ernesto de Martino incontra le umane storie lucane e si offre al suo sguardo la miriade di “comportamenti della crisi” di cui lascerà vivida testimonianza.
Con de Martino l’esperienza del collasso del mondo intimo e sociale si era presentato come inizio della vita, fin dalla nascita. Egli aveva ascoltato, durante i suoi itinerari meridionali, esperienze epifaniche nella sciagura nelle voci di donne e uomini, i cui racconti si profilano come contrappunti al romanzo familiare moderno e borghese. Erano braccianti e mezzadri che facevano della nascita dopo una catastrofe una nascita come catastrofe8. Ascoltiamole9 un istante, queste umanità precarie che fanno capolino nella Storia e quasi anticipano tremendamente quanto è tornato ad essere vicino e familiare.

Chi dall’alto del colle di Colobraro ha visto la tragica valle del Sinni, ampia, sconvolta, lunare o, percorrendo la strada da Ferrandina a Pisticci, ha rivolto lo sguardo all’arida creta del paesaggio, si rende conto di quel che significa un mondo precario, che si disfà lentamente e che retrocede verso il caos. Contemplando questo aspetto ricorrente del materano il tema della “nascita sventurata”, così diffuso nella letteratura popolare dell’Italia meridionale, acquista per noi il suo esatto significato. Fu un bracciante di Irsina che per la prima volta ci cantò la nascita dell’uomo, come nodo di assurdità e come maligna inversione della norma.

Versi in dialetto (traduzione) “Quando io nacqui mia madre non c’era / era andata a lavare le fasce / la culla che mi doveva cullare / era di ferro e non si dondolava / il prete che doveva battezzarmi / sapeva leggere e non sapeva scrivere”.

Avemmo occasione una volta d’incontrare a Savoia di Lucania una quasi centenaria: Caterina Aguglia. Essa non ricordava esattamente l’anno della sua nascita ma solo di essere nata “l’anno del terremoto”. Ricordava però con pronta memoria i versi della nascita come catastrofe.
“Quando io nacqui mia madre morì / morì mio padre il giorno dopo / e anche la levatrice morì / mi andai a battezzare / nessuno attorno”.

Se de Martino incontra precocemente, nel corso della ricerca, questi vissuti da fine del mondo10, è poi nella lettura di alcuni documenti clinici – preparatori al suo lavoro postumo, La fine del mondo – che il suo pensiero si affina intorno alla riflessione sul riscatto di queste vite, alla loro possibile reintegrazione nel mondo (o “mondanizzazione”). Sarà sempre più evidente per lui lo strappo tra le apocalissi culturali e le apocalissi psicopatologiche.
Uno di questi “documenti” riguarda un giovane contadino di Berna, il quale sperimentò a distanza di poco tempo tre crisi (la prima nel 1945, a soli diciannove anni, a cui seguì la più significativa, nel maggio del 1947, che lo condusse ad alcuni ricoveri per un delirio schizofrenico di fine del mondo, e infine nel 1948).

La malattia, che lo condusse in una clinica privata, ebbe inizio quando un aereo militare precipitò in Svizzera. Egli ritenne che l’aereo fosse stato abbattuto, e si ritenne responsabile dell’abbattimento. Non poté più dormire, andava vagando, in preda a crescente angoscia. Specialmente si angosciava della prossima fine del mondo: una fine che colpiva soprattutto la natura vegetale, lo splendore del sole, ecc. Dimesso dalla clinica dopo una cura insulinica e di elettrochoc (fine di agosto del ’47), con la diagnosi “seconda crisi catatonica in un giovane contadino debile”, un anno più tardi (fine dicembre ’48) fu di nuovo ricoverato presso l’ospedale cantonale di Münsingen presso Berna, dopo un periodo in cui aveva di nuovo lavorato come salariato, presso un contadino: ora presentava acuti sintomi catatonici.

Sono diversi i segnali dell’inizio della fine: il sole non è più regolare, le piante non sbocciano, la terra è piatta; “[la] stessa aria [era] mutata nella sua composizione. [Era] diventata più sottile, rarefatta”: un’“aria gassosa azzurra”, dall’odore sgradevole (“Non si può vivere a lungo in un’aria simile”). E ancora, temi cari a Ernesto de Martino, lo sradicamento di una quercia, il più imponente albero del terreno limitrofo alla casa, e il rifacimento del portone principale della casa dove il ragazzo viveva con il padre e con la madre (ed il sole, che non poteva più far capolino dentro casa, avendo spostato l’asse d’ingresso). Il mondo gli crolla addosso (o forse bisognerebbe dire la Storia?) e il giovane crolla su se stesso. Il paziente mostra una sensibilità ecologica locale ante litteram (“I ghiacciai e i monti una volta demoliti dagli aerei non ci sono più”); ogni indicatore della sua domesticità frana e l’acqua deborda e sommerge tutto.

Alla domanda che cosa pensa con la parola crollo (Untergang)11, il malato risponde: quando gli uomini non sono al giusto posto. Ma non soltanto gli uomini ma anche gli alberi, le case, non sono al posto giusto. Si è prodotto un mutamento […] Il mondo di prima non c’è più, il bel mondo ordinato. La gente non è più al giusto posto, e così pure le cose, le case, le strade. Il globo terrestre è rimpicciolito. I monti non ci sono più. Gli uomini non sanno più dove passino i confini. Il mondo si è appiattito.

Essi parlano sempre soltanto di me, vogliono riavere le loro cose e la loro patria. Il bel mondo non si può ricomporlo in modo giusto. Il mondo di prima non c’è più, il bel mondo. (Ora com’è?) Mutato. (Che cosa è mutato?) Le case, le strade. Il globo terrestre è rimpicciolito, i monti non ci sono più. Essi più non sanno dove passano i confini. Il mondo è più piatto. Gli uomini non sono più a loro agio, sono spaesati. Anche io non sono più al posto giusto (Quale è il posto giusto?) “Dove si è a casa” (Wo man zu Hause ist). (Quando andranno meglio le cose del mondo?) Quando essi riavranno le cose, quando saranno di nuovo a casa loro (avranno il loro ambiente domestico nel luogo giusto).
Quando tutto tornerà in ordine. Scivolarsene a casa propria, in alto, nell’aria. (Come riusciranno a fare questo gli uomini laggiù?) Quando sarà di nuovo a casa. Mentre in tal modo egli stesso e ogni altra cosa non è più al posto giusto, la propria casa paterna si è spostata molto in là. “La nostra casa non si nota più. È molto lontana da qui. Io non so dove sia”. Da ciò deriva il fatto che egli ha perduto il contatto con i suoi parenti e vicini. “Essi non mi vogliono più vedere. Essi mi hanno perseguitato, la gente, non mi hanno più voluto. Mio padre non ci ha creduto, a motivo del crollo del mondo. Per questo sono perseguitato”. “Mi hanno mandato via. Negli ultimi tempi sono stati cattivi con me. Anch’io non li voglio più vedere”.

La caduta dal cielo di un aereo militare non è l’unica traccia di una guerra mondiale in corso che squarcia il perimetro di una storia banale, di una famiglia di provincia. Si parla di gente che (lo) perseguita e di un padre che non ci crede, che quindi non fa nulla: nessuno agisce nella storia come centro decisionale se non il paziente che, alle prese con un dilemma morale prima ancora che storico, deve capire ciò che è “bene” e ciò che è “male”; deve scegliere e agire pur negli orizzonti ristretti di un mondo che va rimpicciolendosi. Deve cavarsela da solo di fronte all’abisso, provando a riaggiustare il corso delle cose, come riesce.
Nella lettera che de Martino scrisse al medico psichiatra che aveva seguito il giovane, Caspar Kulenkampff, si legge:

Questo caso è per la nostra ricerca di notevole interesse, poiché i temi fondamentali che appaiono in esso (la fine del mondo legata allo sradicamento della quercia, l’acqua che si sparge dal foro lasciato aperto, lo sprofondare dei viventi nel regno dei morti e il venir meno di ogni vita cosmica per tale sradicamento) si richiamano esteriormente a ideologie largamente diffuse nelle culture contadine … questo richiamo esteriore, ma certamente non casuale, costituisce una occasione propizia per analizzare il rapporto e per definire la struttura differenziale fra apocalissi culturali e quelle psicopatologiche.

Ora, nei loro commenti i medici, Storch e Kulenkampff12, insistono nel trovarsi di fronte a un delirio da fine del mondo, "di cui il malato si sente responsabile" (una forza magnetica, a livello della sua laringe, attrarrebbe gli aerei giù, provocandone la caduta13) e possibile guaritore (il giovane sa di poter fare qualcosa per tutti quei naufraghi delle Alpi, finiti sottoterra o, meglio sarebbe dire, sott’acqua).

L’intenzionalità e la responsabilità di un giovane paziente devono essere allora, qui e per noi, volani di una crisi riconosciuta erroneamente come individuale o meglio che non può che darsi individualmente al cospetto di un mondo che funziona come se niente fosse, dove si continua a ricoverare e a curare mentre tutto fuori rapidamente muta di segno e di valore: mentre la gente viene veramente perseguitata e deportata, i soldati non tornano veramente dalla guerra, le famiglie perdono veramente ogni cosa… L’intenzionalità e la responsabilità dei singoli nell’attribuirsi un ruolo al collasso del mondo si devono allora necessariamente accompagnare a tutti quei "richiami esteriori" che scandiscono il crollo, che pochi si impegnano a riconoscere e i più non vogliono vedere. È dunque da questa oscillazione tra documento culturale e documento psicopatologico che emergono fenditure feconde, da cui guardare il farsi delle esistenze, le possibilità dell’umano resistere (potremmo chiamarle sensibilità ecologiche inedite, fenomenologie infra-politiche, ermeneutiche del negativo). Se da un lato, manteniamo un dialogo aperto con la proposta demartiniana di guardare alle apocalissi culturali come promessa di reintegrare la presenza persa nel mondo (il riscatto della presenza attraverso processi di destorificazione istituzionale)14 – senza però che questa sia al contempo promessa del cambiamento del mondo15; dall’altro, guardiamo con speranza alle apocalissi psicopatologiche (la follia, per dirla con Tosquelles) che producono attivamente, creativamente potremmo anche dire, “l’inizio della fine” di quel mondo che ostacola l’umano nella sua realizzazione morale, esistenziale e politica. Da qui, alla lotta anticoloniale di Fanon il passo è più breve di quello che possa sembrare inizialmente.

Che soggetti emergono da luoghi della cura che si immaginano come “ipotesi” in cui la follia possa dire la sua e rielaborarsi16 come discorso sul necessario rovesciamento del mondo per come lo conosciamo? A quali condizioni una vita sociale e culturale valorizzante è ancora pensabile e possibile dopo che siamo veniamo travolti da giganti onde di irrealtà che non sembrano cessare e che sostituiscono la realtà ordinaria? Cosa accade quando la normalità è interdetta dal suo esercizio quotidiano?

1954. Frantz Fanon, ormai da un anno a Blida-Joinville, assiste allo scoppio della guerra di liberazione nazionale. Nel 1961, testimonierà nel capitolo V de I dannati della terra che la guerra anticoloniale genera sintomi, che la decolonizzazione produce patologie; che nessuna colonizzazione riesce impeccabile, senza intoppi e senza strappi, e che la resistenza alla violenza coloniale nutre follia (lacerazioni psichiche ed erosioni nel tessuto sociale e familiare). Si apre qui un altro capitolo, e per noi l’ultimo, di come poter pensare ai deliri di fine del mondo, al suo restringimento e al contempo alla sua deflagrazione (quando è il mondo in cui viviamo che produce patologie perniciose). Che delirio è quello dell’inizio della fine del mondo che produce sofferenza?
A esprimersi in modo davvero acuto è il filosofo francese Sibertin-Blanc in questo passaggio dell’articolo “Décolonisation du sujet et résistance du symptôme. Clinique et politique dans Les Damnés de la terre” pubblicato nel 2014 su Cahiers philosophiques, in cui scrive che quanto è in gioco nell’opera fanoniana non può essere ridotto soltanto alla psicopatologia generata dall’oppressione, ma anche da quella che sgorga dalle spinte di emancipazione e liberazione17.

Non si tratta soltanto di interrogare tutte le impasse psichiche provocate dal razzismo europeo sui “Neri”, né dei punti ciechi di saperi psicologici e psicopatologici costruiti nella metropoli e usati nelle colonie. Si tratta soprattutto di analizzare il tipo di costruzioni sintomatiche provocate dalla dominazione coloniale nel momento in cui la colonia viene contestata dalla guerra di liberazione nazionale, e le patologie che scaturiscono dalla stessa guerra di decolonizzazione. Bisogna distinguere i due problemi: quelli che insorgono come effetti patogeni della “situazione coloniale” da quelli che si presentano come “disturbi mentali nati dalla guerra di liberazione nazionale che ha condotto il popolo algerino”.

L’algerino sperimenta, durante la guerra anticoloniale, il sentimento profondo di fine del mondo. Leggiamo ancora Fanon. Da psichiatra, egli insiste sull’impatto psichico dell’evento atmosferico: è l’atmosfera18 sanguinosa, impietosa, disumana e disumanizzante in cui la gente è immersa che provoca una vera apocalisse; è la guerra coloniale che diventa genocidio, qui bouleverse et casse le monde. Vediamo ancora una volta, come già in Ernesto de Martino e in Tosquelles, la violenza nella sua obiettività storica (nei suoi richiami esteriori, negli eventi che accadono, nella realtà che ci circonda, nei fatti che precipitano veramente) e il vissuto che la accompagna: l’Erlebins anticoloniale – conclude Sibertin-Blanc – racconta di come i soggetti non stiano passivi di fronte alla fine del mondo oggettiva, ma si attivino per portare questo progetto a compimento almeno psichicamente (quando non è possibile altrimenti). Vivono la fine del mondo, vivono una “vera apocalisse”, dirà ancora Fanon, un effondrement matériel et moral … ma in questo vivere la fine del mondo (coloniale) si deve riconoscere la manifestazione di un umano che resiste, che compie sforzi (anche folli) per far finire veramente il mondo di disvalori e costruire qualcosa di radicalmente nuovo. Durante il processo di cura, si assiste a delle soggettività che si ricostruiscono incessantemente mentre, al contempo, tentano di ricostruire il mondo fuori, meno malato, meno violento, meno opprimente … rifanno la Storia, nel desiderio che le cose si rimettano a posto per tempo (categoria non clinica a cui Fanon attribuisce immenso valore nella cura di certe esperienze psicopatologiche).
Come è noto Frantz Fanon dedica il capitolo V de I dannati della terra a presentare alcuni casi clinici, che suddivide in quattro serie19. Rovesciando un istante la sequenza della presentazione di queste situazioni, nel terzo caso narra la storia di Dj., un ex-studente di 19 anni, partigiano del FLN. Il racconto intorno alla drammatica vicenda del giovane si snoda tra l’angoscioso ricordo della “morte a bruciapelo” della madre, per mano di un soldato colono, e l’altrettanto angoscioso ricordo della forsennata uccisione di una donna francese, moglie di un “attivo colonialista”, compiuta di suo pugno nel corso di una visita notturna alla loro tenuta. Fanon concluderà che “per quanto poco scientifico possa sembrare … solo il tempo potrà portare un qualche miglioramento nella personalità sconnessa del giovane”.
Relativamente invece al primo caso, un giovane militante di 26 anni, di nome B., viene ricoverato per problemi di insonnia, anoressia, tono dell’umore depresso e impotenza (“consecutiva allo stupro della moglie”). Fanon dirà che il paziente cercava di reagire, di fronte al suo “disonore” (pagato dalla moglie per salvargli la vita), ma ricadeva ogni volta in un’angoscia più intensa. Fanon, dopo averlo visitato, decise di ricoverarlo perché scorse in una prima manifesta euforia di superficie la maschera di conflitti più gravi (B. gli racconterà infatti di avere, prima del rapporto sessuale, l’impulso irresistibile di strappare la foto della figlia, ma soprattutto riporterà uno strano sogno in cui la “rapida putrefazione di un gattino” gli farà sentire un odore intollerabile; e della figlia che non vede da tempo, dirà che la bambina “ha qualcosa di marcio dentro”).
La storia si dipana dolorosamente, lentamente, e dopo un lungo processo di ospedalizzazione, in prossimità delle sue dimissioni, Fanon restituirà con queste parole il loro ultimo dialogo, da cui si evince, in filigrana, lo sforzo di ricominciare, nonostante tutto.

Mi chiede allora se la sua ‘debolezza sessuale’ è, secondo me, causata dalle sue vicissitudini. Risposta: “Non è impossibile”. Si siede allora sul letto: “Tu cosa faresti se ti succedesse così?” “Non so...” “Riprenderesti tua moglie?” “Penso di sì...” “Ah, vedi... non ne sei del tutto sicuro...”. Si prende la testa fra le mani e dopo qualche istante lascia la stanza. A cominciare da quel giorno, accetta progressivamente di sentire discussioni politiche, mentre le emicranie e l’anoressia regrediscono considerevolmente. In capo a due settimane, raggiunge la sua unità dicendomi: “All’indipendenza, riprendo mia moglie. Se non va, ritornerò a trovarti ad Algeri”.

Fanon non cessa di riflettere su queste realtà collassate: attento come un fotografo a non dimenticare alcun dettaglio, ci invita a percorrere l’intero orizzonte di queste cadute: implacabili crisi dei significanti, delle memorie, ma anche dei sensi (la vita diluita, il sangue che cola, l’intollerabile odore di putrefazione, il gusto del francese).

Con de Martino potremmo chiamare queste forme di alleanza terapeutica l’”ethos del trascendimento” che è necessario in ogni processo terapeutico. Pensare a questo ethos insieme non significa coltivare fantasie di armoniosa e rapida intersoggettività, né pensare a un “progetto comunitario dell’essere” realizzabile senza sforzi o fatiche. Tutt’altro. Ne La fine del mondo, de Martino usa a volte espressioni di dura efficacia come quando scrive che l’ethos del trascendimento non essendo “velleitarismo, predica moralistica, utopia … si attua secondo concrete testimonianze, secondo un calvario che non può risparmiare nessuna delle sue dolorose stazioni”.
A pensarlo dal lato di coloro che il mondo lo perdono, questo slancio valorizzante è sempre una lotta, un contrasto intimo e al tempo stesso collettivo, un corpo-a-corpo con la lurida vita, una smorfia su quel poco di mondanità che resta. Eppure, per quanto sia stretto il margine e impegnativo lo sforzo, è quanto va fatto per reintegrarsi insieme nel mondo.

Le patologie del collasso e tutti i comportamenti della crisi ad esse correlati – fuori da ogni riduzione medicalizzante – diventano allora spiragli su ciò che si impegna a resistere alla passività, allo stupor, al mutismo, alla catatonia (e ciò paradossalmente anche quando il sintomo è l’inerzia, come nel caso della sindrome da rassegnazione o, in quello ben documentato da Basaglia, dell’alienato “rifiutato” dal mondo, espulso e rinchiuso tra le mura degli ospedali psichiatrici). Non abbiamo una storia che si presenta nella sua oggettività (non è in altri termini la Storia degli storici, né la storiografia ordinata, né la microstoria che emerge dagli archivi e che ritrova la sua coerenza grazie al montaggio sapiente del lettore). La Storia che è in gioco nelle patologie del collasso è quella caotica, di cui le persone vogliono disfarsi. La Storia come non avremmo voluto conoscerla, la storia dei genocidi e degli orrori; delle espulsioni, delle distruzioni, delle migrazioni e delle gravidanze forzate, dei suicidi di Stato. Chi prova a rimettere le cose a posto, collassando con il mondo, rema contro un desiderio di normalità sordo e cieco alla fine del mondo, di chi continua a vivere come se nulla fosse (come si propone di fare, non senza provocazione, nell’installazione artistica che i due architetti e ricercatori decoloniali, Alessandro Petti e Sandy Hilal, hanno denominato sindrome di Ramallah).

È in questo punto che le esperienze di fine del mondo si mescolano con altre esistenze fertili e tragiche insieme, di reazione e azione sul mondo (come nel caso delle psicosi di protesta) nel tentativo di oltrepassarne le ingiustizie e co-costruire valori intersoggettivi e interspecifici.

Simona Taliani

When I relax behind my eyes I see everything that made me flying around in invisible pieces. When I look too hard it goes away, but when it all goes quiet, I see they are right here. […] I see that I'm a little piece of a big, big universe, and that makes things right.

Hushpuppy
The Beast of the Southern Wild, 2012
Cosa accade quando la normali non si da più, né sotto forma di ritorno, né di rimedio, né di rifugio?
collasso
崩壊


 高校までは優等生で特に問題もなかった息子が、せっかく入った大学にも行かず、自室にこもって毎日十数時間もゲームをしている。その息子も今や50代。父親はすでに亡くなり、80代の母親と二人暮らしだ。「ひきこもり」は当初、青少年の問題として捉えられたが、日本では今や世代を超えた現象となった。1980年代、「ひきこもり」はまず「不登校」をめぐる問題として見出され、それに対して「無気力症」のような病気と捉える立場と、学校や親の問題として捉える立場があった。1990年代になると、学齢期を過ぎても社会に出ていかない若者がいることから、ひきこもりは学校だけの問題ではないと考えられるようになった。2010年に厚生労働省がひきこもりに関するガイドラインを発表したが、それは、ひきこもりを主に精神障害と人格障害、発達障害に区分して医療化しようとするものだった。
 こうした医療化の動きは今でも根強いとはいえ、ひきこもりの核には、家や部屋にこもるという空間的な問題ではなく、社会への参加から身を引くという実存的かつ社会的な問題があるという認識は徐々に広まってきた。それは、個人の病理というより、今の日本社会が参与するに値するものかどうかという問いかけにつながっている。明治以来日本は、植民地化を免れるため、国全体が富国強兵をめざしてきた。敗戦後も「復興」という目標のため全力を尽くすのは国民にとって当然のこととされたが、それは「経済成長」の名の下で今も続いている。これは裏を返せば、目標にたどりつくのは何のためなのか、仮に目標に到達したとしてその先どうするのか、要するに、生きる上で本当に大事なことは何かという価値の問題を脇に置いておくという態度を国民にもたらした。その意味で、ひきこもりというのは、他のことは考えずとりあえず目標を信じて頑張って勉強し働いてきた、この国の人々の生き方そのものの「崩壊」であり、異なる価値、別の生き方や社会の模索だと考えることができる。
この列島では古くから、「隠遁」や「漂泊」のようなかたちで、社会から身を引き、実存的かつ社会的な問いを生きるという生き方の系譜がある。だが今ではこのような生き方は、空間的にも社会的にも許される余地は少ない。もしかするとメタバースが、隠遁や漂泊を現代において可能にする唯一の場所なのかもしれない。しかし同時にメタバースへの没入は、問いに向かうことを妨げる新たな罠であるかもしれない。それでもなお、この列島において受け継がれてきた隠遁と漂泊の魂は、ひきこもることにおいて価値について問い直し、別の生き方を開く可能性を常に秘めているのだ。

松嶋 健


Un figlio, che fino al liceo era stato uno studente modello, senza particolari problemi, smise di frequentare l'università. Si rinchiuse nella sua stanza, trascorrendo più di dieci ore al giorno a giocare ai videogiochi. Questo ragazzo ora ha più di cinquant’anni. Suo padre è già morto e lui vive con sua madre che ha più di ottant’anni. L’Hikikomori (da Hiku = ritirarsi e Komoru = rinchiudersi), negli anni '80 in Giappone è stato riconosciuto per la prima volta, come un problema di Futoko (non frequentare la scuola) tra gli adolescenti. A questo proposito, c’erano due posizioni: una che lo considerava una malattia chiamata “sindrome da apatia” e un’altra che lo vedeva come un problema della scuola o dei genitori. Dopo gli anni '90 l’Hikikomori e il Futoko sono stati considerati questioni separate, poiché molti giovani continuavano a non inserirsi nella società anche da adulti. Nel 2010, il Ministero della Sanità ha pubblicato delle linee guida sull’Hikikomori che cercavano di medicalizzarlo principalmente come disturbo mentale, disturbo della personalità e disturbo dello sviluppo.

Tuttavia, al centro dell’Hikikomori non vi è solo una questione di isolamento fisico nella propria casa o stanza, ma un problema esistenziale e sociale di ritiro dalla partecipazione alla società. Sin dall’era Meiji, per evitare di essere colonizzato, lo stato giapponese ha dato priorità alla crescita economica che continua ancora oggi. Ciò ha portato i giapponesi ad adottare un atteggiamento diligente, nello studio e nel lavoro, che non mette in discussione i valori della vita, perché al primo posto viene sempre lo scopo da raggiungere. L’Hikikomori, in un tale contesto, rappresenta il “collasso” dello stile di vita moderno e la ricerca di modi di vivere e di una società altra. Purtroppo, questa ricerca viene spesso elusa o rimandata attraverso la medicalizzazione e l'immersione nel metaverso, ma potrebbe sempre aprire nuovi spazi di possibilità per ripensare i valori della vita. Una vera forza negativizzante.

Takeshi Matsushima