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L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale è stato curato da Simona Taliani (Università di Napoli L’Orientale) e da Roberto Beneduce (Università di Torino), con il contributo di:
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale in cui state navigando è stato creato grazie al finanziamento UE – NextGenerationEU PRIN 2022 PNRR (M4C2) del Progetto coordinato da Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) dal titolo “S.E.L.F. - Stories of Exclusion and Living Freedom. Archives of sorrow and ethnographies of hidden subversion in mental health institutions: exploring the intersectionality of subalternities”.

S.E.L.F. ha coinvolto tre unità di ricerca (Università di Torino, Università di Firenze, Università di Perugia), coordinatesi per esplorare le traiettorie degli ultimi e comprendere i modi in cui si producono pratiche di nominazione e classificazione della loro sofferenza, di categorizzazione delle forme di umanità e soggettività riproducentisi “ai margini” (della società, della storia).
La ricerca ha voluto scrutare più in particolare anche i modi in cui queste soggettività interagiscono producendo vite infami, abitando territori disturbati, lottando contro i confini (semantici, politici, diagnostici, giuridici) che si vuole loro imporre. Ed esplorare, negli archivi viventi della sofferenza, ciò che resiste e sopravvive nelle manciate di tempo che restano agli ultimi (in senso demartiniano).

Il progetto integra approcci etnografici e storici al fine di esaminare le diverse questioni relative alla violenza culturale, strutturale e istituzionale, i profili dei nuovi subalterni e le diverse strategie di resistenza che emergono all’interno dello Stato-nazione contemporaneo. Indagare le forme intersezionali di resistenza, mappare quali sono i margini e come vengono costruiti oggi, sono gli aspetti centrali della nostra proposta di ricerca.


Responsabile del progetto: Roberto Beneduce
Settore scientifico disciplinare: S-DEA-01/A
Data di inizio e di fine progetto: 30/11/2023 - 28/02/2026
Ente finanziatore: MUR e Unione europea NextGenerationEU
Capofila: Università di Torino
Università Partner:
Università di Firenze (Francesco Zanotelli)
Università di Perugia (Massimiliano Minelli)


L’Atlas è stato realizzato dall’Associazione Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e “Illas Saperi in divenire srls”. Le tavole prodotte da Giulia Cavallo, antropologa e disegnatrice, sono state realizzate grazie a un incarico di collaborazione reso possibile dal contributo del MAECI alla Missione etnologica italiana in Africa subsahariana.

Hanno lavorato alla sua realizzazione:

Come lo psicologo Ellis Cose nel suo The End of Anger: A New Generation’s Take on Race and Rage, scritto nel 2011.
32.
È il termine di origine greca, opposto alla passione dell’eros, che Peter Sloterdijk analizza nel suo lavoro Ira e tempo (Marsilio, 2023), dove il titolo, giocando con il celebro lavoro di Heidegger, ripercorre la storia del sentimento dell’ira e il suo significato originario (rivendicare il riconoscimento per ciò che si è o si sente di essere).
31.
Mario Wenning, “The return of rage” (Parrhesia, 2009).
30.
Rodrigo Castro Orellana scrive il capitolo dal titolo “Neoliberalism and Psychological Suffering. The Political Potential of Discontent” nel lavoro curato da Quintana e Sanchez, Neoliberal Techinques of Social Suffering (Lexington Books, 2023).
29.
Si prendano alla lettera le parole di Robert F. Williams: “Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, in collaborazione con il capo della polizia ..., diffuse 250.000 volantini Wanted con il mio nome e la mia faccia. In quei volantini mi descrivono come ‘schizofrenico’”. E ancora: “Il Dipartimento di Giustizia ha diffuso quei crudeli volantini, descrivendomi come ‘estremamente pericoloso’”. Per chi vuole continuare a leggere il testo tradotto in italiano con il titolo Ne*ri con le pistole (Me-Ti, 2024) può trovare informazioni anche qui.
28.
Si possono leggere i lavori di Lareau e Ferguson (“Hostile Ignorance, Class, and Same-Race Friendships: Perspectives of Working-Class College Students, Socius: Sociological Research for a Dynamic World, 2021) e di Reay (“The working classes and higher education: Meritocratic fallacies of upward mobility in the United Kingdom”, Eur J Educ., 2021); e ancora reperire riflessioni su questi temi nel testo di Ilaria Eloisa Lesmo sui campus universitari italiani a Torino.
27.
È interessante notare che gli autori, nel secondo capitolo (“The Shadow of the Past”), suggeriscano una differenza tra i neri e le popolazioni indiane da un lato (i cui sopravvissuti avrebbero comunque saputo narrare la storia di un passato glorioso), le comunità di immigrati dall’altro (che, quanto a loro, pur oppressi e schiavizzati, avrebbero saputo conservare la propria struttura familiare, non avrebbero vissuto la stessa umiliazione razziale e avrebbero potuto contare sulla protezione della chiesa cattolica: come nel caso degli italiani e degli irlandesi).
26.
Questo fenomeno è stato descritto da Maurice Lipsedge e Roland Littlewood in Gran Bretagna per i pazienti di origine caraibica (Aliens and alienists: ethnic minorities and psychiatry, Routledge, 1982).
25.
Ernesto de Martino parla delle donne pugliesi tarantolate come il manifestarsi del “comportamento dell’avvelenato” (capitolo “Tarantismo e Malattia” ne La terra del rimorso). Anche Michele Risso e Wolfang Böker, in Sortilegio e delirio, presentando uno ad uno gli undici casi seguiti, i giovani uomini italiani emigrati nella Svizzera del dopoguerra descrivevano quasi tutti gesti quotidiani del bere o del mangiare qualcosa che li aveva avvelenati (dal caffè offerto dalla moglie del padrone al sangue mestruale sciolto nella bevanda offerta da una compaesana).
24.
È Robert Young che ritorna su questo tema, molto recentemente, criticando quei biografi di Fanon, che lo hanno ridotto a essere un uomo perennemente arrabbiato. Scrive Young: “Few political activists or writers, let alone psychiatrists, have been more associated with anger than Frantz Fanon, but why exactly should this be so? What role did anger actually play in his life, work, and thinking? How does it relate to the much-debated question of violence in Fanon? Considering that issue from the perspective of anger might help us better understand the role of both in his thinking and practice, particularly the ways in which he has been characterized by commentators since his death in 1961. If Fanon was angry, what kind of anger was it and in response to what? (Robert J. C. Young, “Frantz Fanon and Hannah Arendt: Anger and Racism”, The Comparatist, Novembre 2024).
23.
Il dibattito accademico è animato da interventi - soprattutto filosofici - che non siamo certi abbiano esaurito adeguatamente quanto si può dire intorno a questo dilemma, se cioè la protesta e la rivolta siano o meno controproducenti. Per iniziare delle letture si può cercare il lavoro di Amia Srinivasan, “The Aptness of Anger” (Journal of Political Philosophy, 2018) che propone piuttosto l’idea di una idoneità alla rabbia, non tanto una sua produttività.
22.
Cynthia Cruz, Melanconia di classe. Manifesto per la working class (Antartide, 2022).
21.
Nel Quaderno 11, Gramsci scriveva: “L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un ‘conosci te stesso’ come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario” (Quaderni del carcere, Einaudi 1977).
20.
Fran Lock, White/ Other (the87press, 2022). Nella scrittura di Fran Lock echeggiano altre provocazioni identitarie, intorno all’essere bianchi e al diventarlo.
19.
È il caso dei bambini abiku (i cui nomi mascherano appena, grazie alla lingua del mito, la violenza della storia e la lotta linguistica dei genitori contro un destino di morte: si veda a questo proposito nei racconti di resistenza la storia di Stai con me) o di tutte quelle esistenze consumate dal respiro affannoso dell’asserzione individuale e della competizione, anche al prezzo della solitudine e della minaccia di un successo effimero (come nel caso delle tante figlie di Mami Wata). Sulla rabbia nei contesti della diaspora nigeriana, si suggerisce di leggere il lavoro di Simona Taliani, Il tempo della disobbedienza. Per un’antropologia della parentela nella migrazione (ombre corte, 2019).
18.
“C’è spesso tensione tra l’interpretazione ricevuta e l’esperienza pratica. Laddove questa tensione può essere resa diretta ed esplicita, o laddove è disponibile un’interpretazione alternativa, ci troviamo ancora in una dimensione di forme relativamente fisse. Ma la tensione è spesso un disagio, uno stress, uno spaesamento, una latenza: il momento del confronto cosciente non è ancora arrivato, spesso non arriverà nemmeno. E il confronto non è affatto l’unico processo, sebbene sia potente e importante. Ci sono esperienze alle quali le forme fisse non si riferiscono affatto, che anzi non riconoscono. Ci sono esperienze miste importanti, in cui il significato disponibile convertirebbe la parte in tutto, o il tutto in parte. E anche dove la forma e la risposta possono essere trovate in accordo, senza apparente difficoltà, ci possono essere qualificazioni, riserve, indicazioni altrove: ciò che l’accordo sembrava risolvere ma che ancora risuona altrove. La coscienza pratica è quasi sempre diversa dalla coscienza ufficiale, e questo non è solo una questione di relativa libertà o controllo. Perché la coscienza pratica è ciò che viene effettivamente vissuto, e non solo ciò che si pensa di vivere. Tuttavia, l’alternativa reale alle forme fisse ricevute e prodotte non è il silenzio: l’assenza o l’inconscio, che la cultura borghese ha mitizzato. È un tipo di sentimento e di pensiero che è effettivamente sociale e materiale, ma che si trova in una fase embrionale prima di poter diventare pienamente articolato e definito [...] Tali cambiamenti possono essere definiti come cambiamenti nelle strutture del sentimento. Il termine è difficile, ma ‘sentimento’ è stato scelto per sottolineare una distinzione dai concetti più formali di ‘visione del mondo’ o ‘ideologia’. Non solo dobbiamo andare oltre le credenze formali e sistematiche, anche se ovviamente dobbiamo sempre includerle. Ciò che ci interessa sono i significati e i valori così come vengono attivamente vissuti e percepiti, e le relazioni tra questi e le credenze formali o sistematiche sono in pratica variabili (anche storicamente variabili), in un arco di possibilità che va dal formale assenso con dissenso privato alla più sfumata interazione tra credenze selezionate e interpretate ed esperienze agite e giustificate [...] Le strutture del sentimento possono essere definite come esperienze sociali in soluzione, distinte da altre formazioni semantiche sociali che sono ‘precipitate’ e sono più evidenti e immediatamente disponibili” (Raymond Williams, Marxism and Literature, Oxford University Press, 1977).
17.
È ciò che accade nel wootal (“richiamo” in lingua wolof), una procedura rituale diretta ad attrarre e a far ritornare l’emigrato nel proprio paese (Roberto Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, Franco Angeli, 2004).
16.
Non è facile in poche righe ricostruire quello che è stato un vero e proprio urto accademico, ma parlare di “epidemie di traumi” e di “violenza atmosferica” in Kashmir ci obbliga a un confronto serrato su chi sia oggi legittimato a fare ricerca e abbia diritto di parola in luoghi che sono ancora nella morsa del colonialismo e sotto occupazione militare. Se si vuole approfondire questi aspetti altamente conflittuali e problematici, l’invito è quello di leggere due lavori, familiarizzarsi con le biografie dei loro autori e cercare, sparsi in rete, spunti per una riflessione consapevole. Saiba Varma, The Occupied Clinic: Militarism and Care in Kashmir (Duke University Press, 2020); Omer Aijazi, Atmospheric Violence. Disaster and Repair in Kashmir (University of Pennsylvania Press, 2024).
15.
Ad un tratto Fanon ci conduce fuori dal reparto, lontano dall’ambulatorio dove registrava tutti questi urti, questi insuccessi, per obbligarci a vedere cosa accadeva in strada, in quelle “zone di non essere” dei migranti “senza famiglia, senza amore, senza relazioni umane”, “in un corpo a corpo con la morte”, in quella che era nient’altro che una “morte nella vita”. Il testo di Fanon è, come sempre, di una straordinaria potenza. “Tutti questi uomini che ci fanno paura, che frantumano il prezioso smeraldo dei nostri sogni, che disturbano il fragile contorno dei nostri sorrisi, tutti questi uomini che ci stanno di fronte, che non ci fanno mai domande, ma ai quali noi ne poniamo di ben strane. Chi sono questi uomini? Ve lo chiedo, me lo chiedo. Chi sono queste creature affamate di umanità che si aggrappano alle frontiere impalpabili (ma che io so, per esperienza, terribilmente concrete) di un riconoscimento integrale? Chi sono, in verità, queste creature che si nascondono, che sono nascoste dalla verità sociale sotto la qualifica di caproni, negretti, arabi, tipi, “sì, padrone”? (l’articolo di Fanon è pubblicato in Decolonizzare la follia).
14.
Questi passaggi sono tratti da Peau noire, masques blancs (pubblicato nel 1952), tradotto in italiano con il titolo Pelle nera, maschere bianche (ETS, 2015.)
13.
Giovanni Canova, “Nizār Qabbānī. La mia storia con la poesia” (Oriente Moderno, 1974). Ognuno ha il suo momento di cambiamento, il suo “attacco di collera”. Per Nizar Qabbani è stata la guerra del giugno 1967 ciò che ha rappresentato il momento decisivo per la sua trasformazione.
“Giugno fu un frutto molto amaro. Alcuni lo mangiarono, altri si abituarono pian piano al suo sapore, altri ancora lo vomitarono. Io sono di quelli che fecero lo sciopero della fame... La mia poesia ‘Note sul quaderno del disastro’ fu un manifesto contenente la mia protesta e il mio rifiuto. Scrissi ‘Note...’ in un clima di malattia e di delirio”.
12.
Eloquent Rage: A Black Feminist Discovers Her Superpower (St. Martin’s Press, 2018).
11.
Oggi negli scenari migratori sorgono simili fantasmi di maternità inadeguate, non sufficientemente buone e quindi ‘spossessate’ prima possibile della progenie da parte delle istituzioni deputate alla tutela dell’infanzia. Le madri immigrate, con il loro carico di rabbia, mettono in atto forme di resistenza (di cui si parla in Proverbi nigeriani e altri desideri inconfessabili).
10.
Il titolo dell’edizione originale è Notes of a Native Son e l’anno è il 1955. Il titolo dell’edizione italiana riprende invece la conclusione a cui Baldwin arriva nell’ultimo articolo dell’opera: “Questo mondo non è più bianco, e non lo sarà mai più” (Questo mondo non è più bianco, Bompiani, 2023).
9.
Osserva giustamente Cherry: “Se qui Baldwin intende dire che ogni persona di colore prova questa rabbia, allora il significato dell’affermazione rimarrebbe valido anche senza la parola ‘vivente’, poiché si presume già che il soggetto ‘negro’ si riferisca a soggetti al tempo presente. Tuttavia, ritengo che l’uso del termine ‘vivente’ sia intenzionale e non ridondante. ‘Vivente’ non si riferisce alla vita fisica, ma a una vita illuminata. Baldwin sostiene che solo i negri con un certo livello di coscienza provano questa rabbia, poiché la rabbia dei neri nasce da una vita costantemente sotto esame (examined life). Una ‘vita sotto esame’ per Baldwin è una vita di ‘interrogativi infiniti’, ‘riesame’, ‘viaggio ulteriore’, ‘esame onesto’, ‘critica’ e ‘attività intellettuale’ in cui si è disposti a essere trafitto dalla spada della verità. Il soggetto dell’esame è se stessi e il mondo (“On James Baldwin and Black Rage”, Critical Philosophy of Race, 2022).
8.
bell hooks avverte il peso di una “rabbia omicida” e ricorda la sua esperienza su un aereo di linea quando un’amica venne bistrattata per essere stata collocata in prima classe, nel posto assegnato erroneamente dalla compagnia sia a lei, sia a un passeggero bianco.
7.
Politicised anger è il termine che Fisher usa qui.
6.
L’espressione usata in La miseria del mondo è “miseria di posizione” (da distinguere alla “grande miseria”): una categoria questa di “miseria di posizione” che raggruppa diversi attori sociali, accumunati dal vivere una vita quotidiana di difficoltà e angosce, ma i cui bisogni minimi di esistenza – come il cibo e un tetto sulla testa – sono bene o male garantiti. Secondo i curatori dell’edizione italiana (Antonello Petrillo e Ciro Tarantino), la povertà fotografata dal concetto di “miseria di posizione” si riferisce al depauperamento delle relazioni sociali, all’impossibilità di uscire dalla propria condizione economica e, conseguentemente, alla mancanza di opportunità per costruire una posizione sociale migliore. Si approfondiscono questi aspetti nella voce “miseria”.
5.
Ad anticipare Fanon e Baldwin è d’altra parte proprio quel Richard Wright autore nel 1940 di Native Son e fondatore, insieme a Frederic Wertham e Elizabeth Bishop, del Centro clinico Lafargue ad Harlem. Alla fine degli anni ‘50, così scriveva Wright: “I’m a rootless man, but I’m neither psychologically distraught nor in any wise particularly perturbed because of it. Personally, I do not hanker after, and seem not to need, as many emotional attachments, sustaining roots, or idealistic allegiances as most people. I declare unabashedly that I like and even cherish the state of abandonment, of aloneness; it does not bother me; indeed, to me it seems the natural, inevitable condition of man, and I welcome it. I can make myself at home almost anywhere on this earth and can, if I’ve a mind to and when I’m attracted to a landscape or a mood of life, easily sink myself into the most alien and widely differing environments. I must confess that this is no personal achievement of mine; this attitude was never striven for .... I’ve been shaped to this mental stance by the kind of experiences that I have fallen heir to (White Man, Listen!, New York, 1957).
4.
Parla così Ernesto de Martino nel breve testo dal titolo “Furore in Svezia” (pubblicato in Furore, simbolo, valore, Il Saggiatore, 1962). I fatti sono quelli del Capodanno del 1956, quando circa cinquemila adolescenti e giovani si riversarono nelle strade di Stoccolma, mettendo la città a ferro e fuoco per intere ore.
3.
L’expérience vécue du Noir fu scritto nel 1951.
2.
Baldwin tornerà più e più volte su quella che lui stesso definirà una rabbia infinita (bottomless anger): “To be a Negro in this country and to be relatively conscious, is to be in a rage almost all the time. So that the first problem is how to control that rage so that it won’t destroy you. Part of the rage is this: it isn’t only what is happening to you, but it’s what’s happening all around you all of the time, in the face of the most extraordinary and criminal indifference, the indifference and ignorance of most white people in this country (“The Negro’s Role in American Culture”, scritto insieme a Lorraine Hansberry, Nat Hentoff e Langston Hughes, Negro Digest, 1962).
1.
Essere un nero in questo Paese ed esserne relativamente consapevole significa essere quasi sempre in preda alla rabbia. Quindi il primo problema è come controllare quella rabbia perché non ti distrugga.

James Baldwin

“The Negro in American Culture”

Cross Currents, XI (1961)


[Baldwin] tries to penetrate and analyze that rage and convert it into a recognizable human emotion

Maurice Charney

“James Baldwin’s Quarrel with Richard Wright”

American Quarterly 15, 1 (1963)



Le parole di Baldwin rimangono impresse nel lettore come lame1. Non si smetterebbe mai di leggerle certe pagine, che parlano in modo così penetrante di una “emozione umana riconoscibile” (come scrive Maurice Charney), troppo spesso confinata dentro il registro di una presunta impulsività primitiva o, peggio, della psicopatologia e dell’incomprensibile esperienza della follia.
Il tempo di queste parole non è d’altronde un tempo qualunque: quel 1955 in cui Baldwin scriveva contro “l’indifferenza criminale” di tanti Bianchi arriva solo qualche anno dopo l’articolo in cui Frantz Fanon descriveva l’esperienza di essere neri in una Francia razzista e coloniale, l’incontro con lo sguardo bianco (“Tiens, un Nègre!”)2. Entrambi raccontano di quello che accadeva al loro sangue: in Baldwin si scioglieva, in Fanon si coagulava sulla pelle.
Ciò impone di fare della collera – non diversamente dal termine che spesso ne prende il posto per indicare piuttosto l’esperienza privata, ossia la rabbia – un’ermeneutica e una psicologia politiche, che ne colgano le espressioni, le sfumature e le ragioni all’interno di situazioni storiche e sociali definite, e così scoprire tutto quanto queste parole nominano, nascondono o ricordano. A partire dalla stessa etimologia che, rinviando all’umore dell’antica medicina (la bile) e agli stati psichici che avrebbero trovato nella melanconia la loro espressione peculiare, suggerisce importanti connessioni con forme di sofferenza quali la depressione, una categoria diagnostica al centro di una controversa costellazione di interpretazioni e di strategie terapeutiche, e la psicosi, soprattutto quando accompagnata da presunte ideazioni persecutorie o da comportamenti ritenuti socialmente pericolosi. Si tratta di un discorso che richiede pazienza per essere sviluppato e articolato in tutti i suoi innumerevoli profili, e fra questi dominano senza dubbio quelli della classe sociale e della questione razziale.

Il furore distruttivo di coloro che vogliono “ridurre in cenere il mondo”3 con la loro rabbia infinita – che vogliono uccidere ma sanno che potrebbero essere facilmente uccisi – è un sentimento che, anche se non sempre sovrapponibile, allude al rischio di una “crisi della presenza”: di una dissoluzione della coscienza vicina a quelle di cui scriveva Ernesto de Martino quando parlava degli ultimi, dei braccianti lucani o dei giovani svedesi, nei quali il rischio della crisi poteva associarsi a una “nostalgia del nulla”, alla tentazione di ritornare nel regno del non-umano, fuori dalla Storia e dalla vita sociale. E ciò anche quando il furore sembra costituire una forma estrema di asserzione, radicale quanto fugace e tragica (come in Bigger Thomas, il protagonista di Native Son).4
Altri autori hanno esaminato i particolari contesti nei quali la rabbia o la collera caratterizzano i rapporti sociali, di classe o razziali: lo psicoanalista Wulff Sachs ha dovuto riconoscerla come il fantasma che animava le parole e l’inconscio di John Chavafambira, al punto da dovergli riconoscere un posto nel titolo stesso della sua opera. Se infatti nella prima versione dattiloscritta il titolo scelto era stato The Tragedy of an African Family e nella seconda, quella più nota, Black Hamlet – dove il riferimento alla tragedia shakespeariana provava a dire tutto della vicenda di un guaritore originario del Manicaland, in fuga dai veleni di una famiglia dilaniata dal sospetto e dalla stregoneria –, nell’ultima edizione, apparsa dieci anni dopo, Sachs sarà indotto a cambiare nuovamente il titolo per restituire appieno l’esperienza di un uomo e di un paese che si stavano levando contro il regime letale dell’apartheid. Nel 1947, il libro avrà come titolo finale quello di Black Anger.
Quale che sia la sfumatura che si vuole prendere in considerazione, la collera e i termini che useremo qui senza preoccuparci di ricordare di volta in volta le differenze (anche nelle varianti inglesi: fury, anger, rage, hatred o violence) non indicano però reazioni caratterizzate da una emozione incoercibile, non nascono da un fondo oscuro e ignoto. Sono, al contrario, mondi di conflitto della cui natura e della cui storia si conosce tutto o quasi quando si scrutino le economie psichiche e sociali della violenza, le relazioni quotidiane di chi li esprime: mondi tenuti faticosamente a bada, talvolta aventi un carattere spettrale o di “semi-controllata schizofrenia” (Pierre Bourdieu parla a più riprese di una “sindrome da miseria”5 sociale, economica, razziale). Mondi che esplodono ciclicamente, sotto il segno della rivolta e con il boato di un tuono, come ricorda il lavoro di Arna Bontemps, Black Thunder. Ecco perché la “cura” immaginata da filosofi come Mark Fisher parla della necessità di trasformare il “malcontento privato” in “rabbia politicizzata”,6 facendo di una resistenza pubblicamente espressa e di una protesta collettiva la cura contro il rischio di scoppiare nella gabbia d’acciaio della depressione o del rancore.

Prima di proseguire, torniamo ancora alle pagine di quegli autori e di quelle autrici che hanno voluto scrutare nei dettagli una collera e una rabbia particolari: quelle nate nella malta del razzismo e della segregazione. “Sono cresciuta nel Sud dell’apartheid. Abbiamo imparato fin da piccoli che i neri potevano morire se provavano rabbia e la esprimevano ai bianchi sbagliati. Abbiamo imparato a soffocare la nostra rabbia” (a parlare così è bell hooks in Killing rage).7 Afferma Baldwin che “non esiste un solo negro vivente8 che non abbia questa rabbia nel sangue” (Questo mondo non è più bianco)9. Toni Morrison farà della rabbia una consapevolezza che vale la pena provare (scriverà, ne L’occhio più azzurro, “La rabbia è meglio. C’è un senso nel provare rabbia, una realtà, una presenza”). E Brittney Cooper, seguendo tutte quelle autrici che hanno lottato contro la retorica delle “cattive madri”10 nere e indigene, ne parlerà come di una esperienza feconda, suggerendo quanto la loro sia una “rabbia eloquente”.11

Altri attacchi di collera scandiscono il respiro e il tempo dei colonizzati, dischiudendo a ormai ricorrenti identificazioni. Enemy of the Sun è una raccolta di poesie della resistenza palestinese curata da Naseer Aruri e Edmund Ghareeb nel 1970. Il verso Enemy of the sun è di Sameeh Al-Qassem (“Oh Enemy of the Sun, I shall not compromise and to the last pulse in my veins, I shall resist”) e l’intera opera è il tentativo di suscitare corrispondenze, risvegliando risonanze tra condizioni esistenziali che condividono uno stesso dolore, una comune rabbia. In quei versi i poeti della resistenza palestinese lanciavano liane per intrecciare il loro urlo a quello dei poeti afroamericani (come accadrà, anni dopo, lungo la direzione contraria, quando nel poema del 1982 Moving towards Home, June Jordan riconoscerà di essere rinata palestinese dopo Sabra e Chatila). Dana Barqawi, giovane artista giordano-palestinese, disegna oggi nei suoi quadri i libri dei poeti palestinesi e quelli di Frantz Fanon, in un’opera che ha lo stesso titolo della raccolta di poesie (Enemy of the Sun). La poesia e l’arte devono trasformarsi anch’esse quando si respira ogni giorno la violenza, l’umiliazione, il dominio, la fine. Devono farsi sassi e urla di protesta quando la sconfitta e l’amarezza prendono il sopravvento. È l’amaro giugno del 1967 quando Nizar Qabbani, poeta siriano, scrive Note sul quaderno del disastro in quello che definisce “un clima di malattia e di delirio”. È la scrittura di un altro disastro quella che va prendendo forma.12

O patria mia addolorata, mi hai trasformato in un attimo da poeta che scrive la poesia dell’amore e del desiderio a poeta che scrive con il coltello.

Le parole devono agire sul serio, trasformarsi in scuri e martelli. La lezione è stata ascoltata. Rafeef Ziadah continua da anni a gridare la sua volontà di pensare, di scrivere e di sentire tutte le sfumature di rabbia.

Permettimi di parlare in arabo, la mia lingua, prima che occupino anche quella
Permettimi di parlare la mia lingua madre prima che colonizzino anche la sua memoria
Sono una donna araba di colore
e noi veniamo con tutte le sfumature di rabbia […]
Sono una donna araba di colore
State attenti, state attenti alla mia rabbia.

Ora, lontano dai luoghi della guerra, dell’apartheid o del “comando coloniale” (l’espressione è di Georges Balandier), altre autrici e autori sono preziosi per costruire la nuova psicologia decoloniale che stiamo qui disegnando, alla stregua di Frantz Fanon che, oltrepassando il concetto di “schema corporeo” (proposto da Jean Lhermitte), sottolineava, nell’esperienza vissuta del Nero, nelle sue emozioni, nella sua rage aux lèvres, un altro schema: quello “storico-razziale”, quello “epidermico-razziale”.13 Se guardiamo all’Europa degli anni Cinquanta Fanon, giovane medico, si ritrovava al cospetto di altri colleghi che non esitavano a confidargli di non poter “trattare allo stesso modo degli altri malati” i pazienti immigrati, per i quali i professionisti della cura sembravano essere capaci solo di inventare patologie. Chirurgico come sempre, Fanon scriverà ne “La sindrome nordafricana” che si trattava di pseudo-patologie e, soprattutto, di “pseudo-malati” che non interessavano a nessuno. Neanche l’interprete era di molto aiuto, a tratti diventando egli stesso “disorientante come si deve”: il sintomo restava opaco, la diagnosi solo probabile e, concludeva Fanon, “la terapia approssimativa”.14
Fanon era stato meticoloso nell’inventariare le forme dell’oppressione, i sentimenti di collera, i “sogni muscolari” dei colonizzati, ma anche la “paura” degli immigrati e i molteplici volti di una “violenza atmosferica”. Anche a noi tocca lo stesso compito, l’obbligo cioè di annodare esperienze e vocabolari in contesti diversi, esplorando i volti della collera, della fatica di vivere e resistere in regioni militarizzate, dominate da una violenza che è ovunque (come in Kashmir)15, intersecando tutte le dimensioni che ne costituiscono il sostrato: anche quando le dimensioni simbolico-culturali sembrano saturare il significato di sintomi o sentimenti di minaccia che possono prendere le forme del sortilegio, o di un legame che si riafferma attraverso il richiamo imperioso a ritornare16 nel paese d’origine quando si è esiliati e immigrati. Nel cogliere dentro vicende spesso trascinate sul fondo delle classificazioni medico-psichiatriche o nei codici penali (disturbo di personalità antisociale, resistenza a pubblico ufficiale) i profili di “strutture del sentimento” “non ancora sedimentate”,17 diventa allora possibile intrecciare l’esperienza della sofferenza ai conflitti di classe o razziali, a soprusi lontani (come quello della schiavitù), le cui ombre riaffiorano come fiumi carsici lungo le generazioni.18

Quando la poetessa britannica Fran Lock parla di una “rabbia pericolosa” vuole ricordare anche le esperienze di tutti quei “bianchi, altri”19 di cui scrive anche un’altra poetessa e saggista, Cynthia Cruz, nella sua riflessione intorno alla melanconia nella classe operaia. Sono letture che ci spingono a guardare la rotta mortale verso il mondo che le classi lavoratrici devono percorrere. Cruz suggerisce un tema decisivo: la sfida che il soggetto della classe operaia deve affrontare sta nella necessità di dover abbracciare due distinte concezioni del mondo, due opposte “coscienze teoriche” in conflitto fra loro. La contraddizione fra la “propria concezione del mondo” e una “concezione non sua” presa “a prestito da un altro gruppo” fa sì che il soggetto della classe operaia abbia due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria): una implicita nel suo operare e una superficialmente esplicita o verbale, che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica. Cruz si avvale qui delle parole di Gramsci20, incredibilmente sintone con quelle pronunciate agli inizi del secolo da William E. B. Du Bois relativamente alla “doppia coscienza” del Nero negli Stati Uniti d’America, per indicare l’esistenza di una lotta segreta, negata dalla classe dominante: una lotta snervante per chi ogni giorno deve fare i conti con ostacoli, rifiuti, seduzioni ambigue che riguardano non l’individuo in sé, ma il suo essere membro della classe operaia. Scrivere o parlare di classi e conflitti sociali, continua l’autrice, è difficile, faticoso o impossibile senza un linguaggio appropriato che permetta di raccontare una lotta costantemente ignorata o mascherata.21
Un passaggio – preso a prestito da Walter Benjamin (“Ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo”) e vicino a quanto avrebbe detto qualche anno dopo Frantz Fanon (“Parler une langue, c’est assumer un monde, une culture”) – permette a Cruz di riconoscere, nell’assenza di un linguaggio che permetta di parlare di questo conflitto fra distinte coscienze del mondo, un motivo particolare di quel blocco e di quel sentimento melanconico che caratterizza l’esperienza del tempo nei membri delle classi dominate. È un passaggio prezioso per comprendere la genealogia della melanconia di classe e della collera, perché sappiamo quanto sia drammatico rimanere muti e dover fare i conti non solo con l’oggetto perduto, come ricorda il modello psicoanalitico della melanconia, ma con la strana e oscura certezza di aver perduto già anche il futuro. Questa fenomenologia politica del tempo e della melanconia costituisce un capitolo importante per non pensare ai ‘sintomi’ che ne derivano soltanto come a qualcosa di negativo, inappropriato o addirittura ‘controproducente’22 per coloro (donne, soggetti razzializzati, proletari) che li manifestano. Ma è davvero possibile riconoscere una produttività della collera, un diritto all’ira, senza di fatto trasfigurarne volti, corpi, parole dentro il vecchio e consumato immaginario del risentimento, delle idee di persecuzione o della pericolosità sociale?

Ora che abbiamo dispiegato un possibile spettro di collere possibili, proviamo a chiederci come si possa decostruire il tropo di una aggressività nera guardando a talune delle sue espressioni e dei suoi incroci con la sofferenza e l’alienazione, senza ridurre però gli autori e le autrici che ne hanno scavato le sotterranee architetture a meri soggetti collerici.23 Di cosa è documento e testimonianza questa rabbia? Di quali rapporti sociali è segno? Quali soggettività genera il sentimento della collera? Quali sintomi produce e qual è l’antidoto per queste vite avvelenate?24


Il rapporto con la realtà e i processi di auto-distruzione

I riferimenti ai lavori di Cruz, di Williams, di hooks o di Lock aiutano a costruire mappe per pensare il rapporto tra rabbia, sofferenza, depressione, fra sintomi, conflitti di classe e razziali lungo le vene nascoste di emozioni represse e sentimenti che cercano di resistere alla sedimentazione classificatoria. Che siano stati scritti a partire da ambiti non clinici né di teoria politica rende le loro formulazioni ancora più preziose per la nostra analisi.
Ci sono due lavori fondamentali che, da una prospettiva propriamente clinica, si sono succeduti a distanza di quarant’anni negli Stati Uniti: Black rage, pubblicato nel 1968 dagli psichiatri William Grier e Price Cobbs, e The Protest Psychosis: How Schizophrenia Became a Black Disease, uscito nel 2009 a firma dello psichiatra Jonathan Metzl. Riprendono entrambi il “problema” della rabbia degli afroamericani, di come essa sia stata diagnosticata (addomesticata) come malattia mentale e addirittura trattata con psicofarmaci come l’aloperidolo e la clorpromazina, e dei rischi che questo ancora comporta per una popolazione che accede con maggiore frequenza a trattamenti di ospedalizzazione coatta25 e cure farmacologiche.
Del testo di Grier e Cobbs, particolarmente interessante là dove esplora i temi della depressione, sono significativi due capitoli: l’ottavo (“Malattia mentale e trattamento”) e il decimo (“Rabbia nera”). La scrittura muta rapidamente, tanto che sembra di avere tra le mani più libri o un libro con un’appendice, in un senso rovesciato però rispetto a I dannati della terra di Fanon. Buona parte del testo è infatti per così dire occupata dalla riflessione su casi clinici – con la discussione di storie analizzate non solo per comprendere il disagio dei neri all’interno di una società strutturalmente razzista, che ha dimenticato o negato il proprio passato,26 ma per immaginare una diagnosi valida anche per essi.
Nel caso di una madre di cinque figli che vive in condizioni di estrema miseria, obesa e descritta come “vittima dalla nascita”, gli autori costruiscono una sottile ermeneutica politica della sua sofferenza, e della sua condizione di donna nera, una condizione difficile che, in sé, oltrepassa tutto il resto.

Percepisce se stessa e ciò che la circonda in modo profondamente influenzato da questo fatto. La triste qualità della sua vita dimostra quanto poco la società la consideri. Sono passate sei generazioni dalla schiavitù, ma la visione che ha delle possibilità della sua vita è la stessa di una schiava in una piantagione della Georgia (…) Affronta i suoi problemi con le normali difese. Ma le sue difficoltà esistono da secoli. La patologia che manifesta è comune alla maggior parte dei neri. Il contenimento della sua aggressività è cominciato in tenera età. È stato in gran parte determinato da una società che ha paura di lei. Sotto la sua passività si nasconde una rabbia che potrebbe essere diretta contro i bianchi (…) i nessi con cui controlla la sua rabbia hanno un legame diretto con la guerra silenziosa tra padrone e schiavo. Deve essere prudente (…) Nell’incontrare il mondo sembra sempre sulla difensiva, come se dovesse difendersi da mille offese. Ma quell’armatura la protegge da pericoli reali. La sua diffidenza potrebbe sembrare eccessiva, ma rilassarsi l’esporrebbe al disastro. Se questi tratti sono rari nei bianchi, è perché essi non subiscono gli stessi attacchi e non crescono nello stesso clima di odio. Il risultato finale è che questa donna mostra i segni di una profonda stanchezza emotiva. Essere alternativamente attaccata, ignorata, o punita, finisce però per avere un costo; un invecchiamento precoce o una morte prematura, come accade spesso fra i Neri.

Ad uno ad uno, gli autori esaminano i registri del femminile, di un maschile rivolto a cercare una potenza compensatoria “nel boudoir” per la difficoltà di accedere ad altre forme di potere, la vita familiare e l’educazione, sino ad affermare nel capitolo ottavo che si può essere persino spinti ad accettare una “salutare paranoia culturale” per resistere alle pressioni di una società razzista o, nel caso delle donne, a sperimentare una “propensione alla depressione” e all’autosvalutazione. Il lavoro di Grier e Cobbs non dimentica di chiedersi dove origini tanto odio – nella realtà razzista della società – e che ruolo giochi il senso di colpa che anche la religiosità cristiana non ha mancato di alimentare tra i neri.
L’ultimo capitolo, come un’escrescenza, è invece un manifesto politico che si apre con l’elogio di Malcom X. Se nei precedenti capitoli i due psichiatri sembrano preoccupati di restituire ai neri la malattia mentale come una delle possibilità dell’esistenza individuale e definiscono la diagnosi come necessaria e funzionale per evitare generalizzazioni e stereotipi, nel decimo e ultimo capitolo è la figura del “nobile” e autentico “eroe” della comunità nera, la sua vita e le sue parole a esprimere le aspirazioni e le lotte del suo popolo e a fare della rabbia nera un progetto politico e una cura contro le frustrazioni, la passività, i sentimenti di vergogna al cospetto di pericoli reali.

Nel discorso sulla melanconia come esperienza della perdita, caratteristica di una particolare classe sociale (quella operaia) e nell’analisi di quella disperazione paralizzante e privata chiamata “depressione”, spesso determinata dalle condizioni del lavoro e dalla precarietà, Cruz e Fisher suggeriscono concrete strategie per contrastare la medicalizzazione della sofferenza, sottraendola al destino di una condizione privata e trasformandola in rabbia collettiva e pubblica. Se le loro parole dialogano efficacemente con quelle di altre ricerche – sul ruolo della classe sociale nella produzione di disturbi come la depressione, l’anoressia, l’isolamento sociale e il ritiro radicale, il sentimento di fallimento e altri comportamenti della crisi – esse contribuiscono anche a problematizzare il rapporto tra senso di vergogna, oppressione e sofferenza. Si tratta di un importante contributo per ripensare in una prospettiva politica quei sentimenti (senso di colpa, di vergogna, di frustrazione) che si riproducono in modo particolare fra gli oppressi e fra coloro che sperimentano la sensazione di non poter determinare il proprio futuro. Ma queste stesse emozioni conoscono un’espressione drammatica nella sofferenza dei soggetti razzializzati, ancora una volta nutrita da quella rabbia repressa o manifesta che spesso non trova altra definizione che quella loro imposta dal sapere medico sotto etichette quali anoressia, obesità, depressione, ritiro sociale o delirio. Autrici come Diane Reay, in Inghilterra, e altri come Sherelle Ferguson e Annette Lareau in Canada e hanno analizzato la vita nei campus universitari27 e osservato quel fenomeno che viene definito “ignoranza ostile”, ossia la maniera con la quale studenti abbienti si rivolgono a studenti provenienti dalla classe operaia facendo domande improprie o usando toni arroganti. Tale fenomeno si realizza anche all’interno di uno stesso gruppo razziale, conducendo spesso all’isolamento a una sofferenza che rimane per lo più invisibile.

Dal canto suo, Jonathan Metzl ritorna più recentemente sull’uso della diagnosi nella popolazione nera. Si concentra su quella di schizofrenia negli Stati Uniti. Egli riconosce nella psicosi della protesta il tratto distintivo di una patologizzazione e di una medicalizzazione che ha trasformato in malattia la rabbia, e tradotto in sintomo il malcontento della minoranza nera. Ancora una volta la diagnosi aveva provato ad occultare le condizioni reali (razziali, sociali e politiche) della sofferenza, e il periodo in cui ciò accade (gli anni della seconda edizione del Manuale Diagnostico Statistico) è non a caso, osserva l’autore, quello delle più violente manifestazioni contro le leggi razziste.
Ciò che suggerisce Metzl si congiunge naturalmente con le conclusioni degli scritti che negli ultimi decenni hanno considerato il ruolo dei saperi medici o psicologici nel governare gli individui; o quelli che hanno riformulato lo spazio politico e discorsivo di un’emozione solitamente repressa, criminalizzata e patologizzata,28 provando a razionalizzare, governare e medicalizzare il negativo che solitamente ne definisce l’esperienza e l’espressione sociale. Rodrigo Castro Orellana ricorda la conferenza del 1956 intitolata What Is Psychology e la metafora di Canguilhem là dove sosteneva che la psicologia si trovava “di fronte al dilemma se salire o scendere Rue Saint-Jacques dopo aver lasciato la Sorbona: se si sale, ci si avvicina al Pantheon, il conservatorio dei grandi uomini; ma se si scende, ci si dirige direttamente al Dipartimento di Polizia”. Con questa immagine esprimeva i propri dubbi su quale fosse davvero l’obiettivo delle scienze psicologiche: “costruire un nobile corpus di conoscenze sull’umanità o creare uno strumento per disciplinare gli individui? Quando Canguilhem avanzò questa tesi alla metà del XX secolo, continua Orellana, vi era ancora un certo grado di incertezza. Oggi, tuttavia, dopo quasi due secoli di uso massiccio della psicologia nella società, la risposta è chiara: la psicologia è stata e continua ad essere intimamente legata ai meccanismi di governo della modernità”.29
Se non sono dunque i saperi costituiti ad aiutarci a capire cosa poter fare di una collera che non sia né distruttiva né auto-distruttiva, ma tesa a liberarci e a farci guadagnare spazi di resistenza di fronte ai soprusi della società, a quali altri saperi votarci per trovare delle risposte?
Nel 1984, Audre Lorde in Sister outsider parla della capacità delle donne nere di trasformare la rabbia in una “sinfonia” piuttosto che in una “cacofonia”: “abbiamo dovuto imparare – sostiene la poetessa – a orchestrare quelle furie in modo che non ci distruggessero”. Data l’incommensurabilità tra il mondo delle donne nere americane e il mondo dominante, non esiste un metodo diretto per identificare e perseguire tutti i torti e i sistemi di torti inflitti dalla supremazia bianca attraverso le azioni di individui e istituzioni. Ci vuole una sottile abilità da parte delle donne nere per sintonizzarsi con la loro rabbia, suggerisce Lorde, per ascoltarne i ritmi, imparare la sua grammatica; la rabbia può allora essere utilizzata “per ottenere forza, energia e intuizione nella nostra vita quotidiana”. La rabbia, continua l’autrice, “aiuterà a definire e plasmare un mondo in cui tutte le nostre sorelle possano crescere, dove i nostri figli possano amare e dove il potere di toccare e incontrare la differenza e la meraviglia di un’altra donna finirà per trascendere il bisogno di distruzione”. Anziché alimentare un ciclo di vendetta, la rabbia dei dominati quando è sinfonica può motivare l’impegno nella vita quotidiana, compresa la perseveranza di fronte alle difficoltà, e contribuire a immaginare un mondo nuovo e migliore e coraggioso. Non è un caso se il tema della collera riappare oggi incessantemente in tanti lavori (da Mychal Denzel Smith, che ha scritto due saggi su The Nation che spiegano il ritorno della rabbia nell’America nera: “The Function of Black Rage”, nel 2014, e “The Rebirth of Black Rage”, nel 2015; al recentissimo “Black rage, White gaze: How can Black lives, historically reified, have ‘room to breathe’ in contemporary psychoanalysis?” pubblicato nel 2025 da Fembe Nanji‐Rowe).

Quanto accaduto nella banlieue di Parigi nel 2005, quando le manifestazioni della popolazione in larga parte costituita da giovani usciti da famiglie immigrate protestarono violentemente contro la loro condizione di emarginazione e l’impunità delle forze di polizia (10.000 veicoli incendiati, 5.000 arresti, decine di milioni di euro di danni), ricevendo dal governo repubblicano come risposta solo giudizi sprezzanti e l’invito alle famiglie di educare meglio i propri figli, testimonia che questo ritorno non riguarda soltanto gli spazi della critica accademica. In un interessante lavoro sul pensiero del filosofo Peter Sloterdijk e sul suo libro sulla collera, tradotto anche in italiano, Mario Wenning30 contribuisce a delineare un’originale filosofia politica della rabbia, ricordando in particolare come:

Le violazioni dell’onore e della dignità costituiscono un arsenale politicamente esplosivo. Tuttavia, questo arsenale potrebbe anche essere uno strumento di trasformazione. Attualmente i partiti progressisti non si presentano però come agenzie che investono responsabilmente nella rabbia per raccogliere (harvest) frutti emancipatori. I partiti tradizionali si limitano ad amministrare senza speranza l’ossessione del debito e minacciano i cittadini con lo spettro di essere esternalizzati a causa della concorrenza in un mercato globalizzato in cui forza lavoro e capitale circolano liberamente senza alcun vincolo. Allo stato attuale, nessun partito è in grado di trasformare le energie timotiche31 accumulate nel coraggio di diventare soggetti politicamente attivi. Quando si verificano violente esplosioni di rabbia, non esiste alcun meccanismo politico né agenzie di questa collera in grado di incanalarla all’interno di progetti politici efficaci.

Ci saranno sempre commentatori mainstream pronti a dichiarare conclusa la rabbia dei neri o di altri gruppi emarginati e umiliati.32 Certo, è probabile che i progetti di integrazione possano contribuire, in un certo senso, al declino della collera e della protesta sociale. Ma le recenti convulsioni della società americana e la crescente violenza razziale a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, ovunque, non sembrano confermare questa traiettoria. La volontà di resistere – e costruire un diverso destino politico per le proprie emozioni – è evidente. La collera sta tornando.

Simona Taliani e Roberto Beneduce
spunti per una cura come orizzonte di trasformazione collettiva dei rapporti razziali e di classe
"Enemy of the Sun" di Dana Barqawi
(Frammento) Chapter 5: It Takes A Village (2024) di Dana Barqawi
Chapter 3: They Came by Sea: A Map di Dana Barqawi
collera
Toujours est-il que la colère, qu’elle soit naturelle et universelle ou individuelle, souffre d’une conceptualisation catégorielle qui, même lorsqu’elle est appréhendée comme sensation du corps, est épargnée de sa dimension – non point sociale que l’on sait lui reconnaître – mais de cette part d’intimité sociale qui l’inscrit dans l’histoire : celle d’un être de chair, d’un genre, d’un peuple ou d’une communauté.
Il est ainsi instructif de voir, dès qu’il s’agit des opprimés, dominés et autres damnés de la terre, comment les termes employés pour désigner la réalité corporelle des émotions restent imperméables aux conditions sociales de leur production et de la place qu’y occupe le corps et continuent de s’imbiber de préjugés. Du corps fait pour l’esclavage aux corps vils, les métaphores particulièrement expressives abondent pour parler de réalités résolument essentialisées et nullement affectées par l’évolution des connaissances scientifiques et médicales. Pour la simple raison que le corps n’est pas un universel. Gilles Deleuze disait que “les primitifs peuvent avoir les têtes les plus humaines, les plus belles et les plus spirituelles, ils n’ont pas de visage et ils n’en ont pas besoin. Et pour une raison simple. Le visage n’est pas un universel. Ce n’est même pas celui de l’homme blanc, c’est l’Homme blanc lui-même, avec ses joues blanches et le trou noir des yeux. Le visage c’est le Christ. Le visage c’est l’Européen type”.
Toutefois, cette colère, qui consiste à provoquer l’angoisse chez l’autre, est à distinguer d’une simple émotion, car elle a un objet qui, s’il vient à manquer, sera poursuivi jusqu’à la mort. C’est le moment festif de la chasse à l’homme bien connue de toutes les sociétés esclavagistes. Rien de plus excitant et jouissif que de se lancer à la poursuite d’un esclave marron: “De nombreux récits de chasse à l’homme aux Antilles parlent du plaisir et de l’excitation des maîtres lancés aux trousses de leurs esclaves fugitifs. C’est un plaisir social : les femmes mettent leurs plus beaux habits, on lance des bons mots à la proie une fois attrapée…”.
Une fois de plus, la plus grande des puissances est d’agir sur un corps qui résiste, qui s’échappe. Le virage de la colère virtuelle à sa manifestation effective, par le châtiment, tient au désir de posséder dans l’humiliation extrême ce qui lui échappe. Tel est un de privilège que s’autorise le maître pour jouir de sa puissance qui tient dans ce cas du plaisir de mettre fin à cette évasion : “Vous ne saurez m’échapper” semble-t-il dire.
Avec la révolte, l’individu s’extirpe de cette posture d’auto-aliénation pour s’installer dans la vie, c’est-à-dire dans cet acte (d’auto-)création qui lui vaut avec d’autres de donner au monde, un autre visage, en d’autres termes, de faire de la révolte un acte de vivantité, à savoir un acte qui permet d’être au monde dans un rapport où la vie se révèle à elle-même comme une procédure phénoménale par laquelle le vivant fait de sa mort la manifestation sublime du sens de sa vie. La conquête du vivant ne relève pas seulement de la vie au sein de son espèce mais d’une détermination de la vie par le recours à un vivant autre que soi grâce à une altérité qui rend la vie possible.
Resta un fatto: la rabbia, sia essa naturale e universale o individuale, soffre di una concettualizzazione categoriale che, anche quando viene intesa come sensazione corporea, viene privata della sua dimensione – non sociale, che sappiamo riconoscere – ma di quella parte di intimità sociale che la inscrive nella storia: quella di un essere di carne e di genere, di un popolo o di una comunità.
È quindi necessario vedere, quando si tratta degli oppressi, dei dominati e degli altri dannati della terra, come i termini utilizzati per designare la realtà corporea delle emozioni rimangano impermeabili alle condizioni sociali della loro produzione, impermeabili al posto che il corpo occupa in esse, continuando ad essere permeati piuttosto di pregiudizi. Dal corpo fatto per la schiavitù ai corpi vili, abbondano metafore particolarmente espressive per parlare di realtà decisamente essenzializzate e per nulla influenzate dall’evoluzione delle conoscenze scientifiche e mediche. Per il semplice motivo che il corpo non è un universale. Gilles Deleuze diceva che “i primitivi possono avere le teste più umane, le più belle e le più spirituali, ma non hanno un volto e non ne hanno bisogno. E per una semplice ragione. Il volto non è un universale. Non è nemmeno quello dell’uomo bianco, è l’uomo bianco stesso, con le sue guance bianche e il buco nero degli occhi. Il volto è Cristo. Il volto è l’europeo tipo”.
Tuttavia, questa rabbia, che consiste nel provocare angoscia nell’altro, va distinta da una semplice emozione, poiché ha un obiettivo che, se non viene raggiunto, sarà perseguito fino alla morte. È il momento festoso della caccia all’uomo ben nota a tutte le società schiaviste. Niente di più eccitante e piacevole che lanciarsi all’inseguimento di uno schiavo fuggitivo: “Numerosi racconti di cacce all’uomo nei Caraibi parlano del piacere e dell’eccitazione dei padroni all’inseguimento dei loro schiavi fuggitivi. È un piacere sociale: le donne indossano i loro abiti più belli, parole gentili vengono rivolte alla preda una volta catturata...”.
Ancora una volta, il potere più grande è quello di agire su un corpo che resiste, che fugge. Il passaggio dalla rabbia virtuale alla sua manifestazione effettiva, attraverso la punizione, deriva dal desiderio di possedere, attraverso l’umiliazione estrema, ciò che gli sfugge. Questo è uno dei privilegi che il padrone si concede per godere del proprio potere, che in questo caso consiste nel piacere di porre fine alla fuga: “Non potrai sfuggirmi”, sembra dire.
Con la rivolta, l’individuo si libera da questa posizione di autoalienazione per inserirsi nella vita, ovvero in quell’atto di (auto)creazione che gli permette, insieme ad altri, di dare al mondo un altro volto, in altre parole di fare della rivolta un atto di vitalità, ovvero un atto che permette di essere al mondo in un rapporto in cui la vita si rivela a se stessa come un processo fenomenico attraverso il quale il vivente fa della sua morte la manifestazione sublime del senso della sua vita. La conquista del vivente non riguarda solo la vita all’interno della propria specie, ma una determinazione della vita attraverso il ricorso a un vivente diverso da sé grazie a un’alterità che rende possibile la vita.

Patrice Yengo


Chant lumumbiste

Tango Mondele ayaki.
Ayebisaki biso ete: “Oyo ezali ndako na ngai.”
Toyanolaki ete: “Oyo ndako na biso.
Kasi okoki komisala na ndako lokola olingi.”
Mondele azongisi:
“Nazongeli, oyo ezali ndako na ngai.”
Na sima, toyebisi ye : “Keba, tokoki kosilika.”

Kasi mondele afingi biso:
“Mosenzi!, Fanda niye!”
Abeti biso mfimbo,
Akati biso matoyi, Akati biso maboko,
Basoda na ye ba sali soni na basi na biso

Nde Lumumba ayi
Tomoni bongo motane ya makila na bango
Mpo bayoki makasi ya nkanda na biso
Ya solo!

Quando arrivò l’uomo bianco, ci disse: “Questa è casa mia”. “È anche la nostra”, abbiamo risposto. ”Ma fate come se foste a casa vostra”. L’uomo bianco ha ripetuto: “Lo ripeto, questa è casa mia”. Allora gli abbiamo detto: “Attenzione, rischiamo di arrabbiarci”, ma il bianco ci ha insultato: “Calmatevi, idioti!”. Ci ha picchiati con la frusta. Ci ha tagliato le orecchie. Ci ha tagliato le mani. I suoi soldati hanno violentato le nostre donne. Poi è arrivato Lumumba e allora abbiamo visto il rosso del loro sangue, perché avevano provato tutta l’intensità della nostra ira. Questo è certo!


Quand l’homme blanc est arrivé, il nous a dit : “C’est ma maison.” “C’est la nôtre”, avons-nous répondu. “Mais vous pouvez faire comme chez vous.” L’homme blanc a répété: “Je le répète, c’est ma maison.” Nous lui avons alors dit “Attention nous risquons de nous mettre en colère”, mais le Blanc nous a injurié: “Calmez-vous, Imbéciles!”. Il nous a frappé avec le fouet. Il nous a coupé les oreilles. Il nous a coupé les mains. Ses soldats ont violé nos femmes. Alors Lumumba est arrivé et nous avons alors vu la couleur rouge de leur sang, Car ils avaient ressenti l’intensité de notre colère. C’est sûr!