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L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale è stato curato da Simona Taliani (Università di Napoli L’Orientale) e da Roberto Beneduce (Università di Torino), con il contributo di:
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale in cui state navigando è stato creato grazie al finanziamento UE – NextGenerationEU PRIN 2022 PNRR (M4C2) del Progetto coordinato da Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) dal titolo “S.E.L.F. - Stories of Exclusion and Living Freedom. Archives of sorrow and ethnographies of hidden subversion in mental health institutions: exploring the intersectionality of subalternities”.

S.E.L.F. ha coinvolto tre unità di ricerca (Università di Torino, Università di Firenze, Università di Perugia), coordinatesi per esplorare le traiettorie degli ultimi e comprendere i modi in cui si producono pratiche di nominazione e classificazione della loro sofferenza, di categorizzazione delle forme di umanità e soggettività riproducentisi “ai margini” (della società, della storia).
La ricerca ha voluto scrutare più in particolare anche i modi in cui queste soggettività interagiscono producendo vite infami, abitando territori disturbati, lottando contro i confini (semantici, politici, diagnostici, giuridici) che si vuole loro imporre. Ed esplorare, negli archivi viventi della sofferenza, ciò che resiste e sopravvive nelle manciate di tempo che restano agli ultimi (in senso demartiniano).

Il progetto integra approcci etnografici e storici al fine di esaminare le diverse questioni relative alla violenza culturale, strutturale e istituzionale, i profili dei nuovi subalterni e le diverse strategie di resistenza che emergono all’interno dello Stato-nazione contemporaneo. Indagare le forme intersezionali di resistenza, mappare quali sono i margini e come vengono costruiti oggi, sono gli aspetti centrali della nostra proposta di ricerca.


Responsabile del progetto: Roberto Beneduce
Settore scientifico disciplinare: S-DEA-01/A
Data di inizio e di fine progetto: 30/11/2023 - 28/02/2026
Ente finanziatore: MUR e Unione europea NextGenerationEU
Capofila: Università di Torino
Università Partner:
Università di Firenze (Francesco Zanotelli)
Università di Perugia (Massimiliano Minelli)


L’Atlas è stato realizzato dall’Associazione Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e “Illas Saperi in divenire srls”. Le tavole prodotte da Giulia Cavallo, antropologa e disegnatrice, sono state realizzate grazie a un incarico di collaborazione reso possibile dal contributo del MAECI alla Missione etnologica italiana in Africa subsahariana.

Hanno lavorato alla sua realizzazione:

Arjun Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale (Raffaello Cortina Editore, 2014).
35.
Partha Chatterjee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati (Meltemi, 2006).
34.
Akhil Gupta, Red Tape: Bureaucracy, Structural Violence, and Poverty in India (Duke University Press, 2012).
33.
Una economia che ben si adatta ai processi migratori della nostra contemporaneità e che produce precise forme di disagio sociale e psichico. Pensiamo qui alla cosiddetta “economia carnale” (come nel caso della tratta e dello sfruttamento sessuale e lavorativo) e alle crisi individuali che in essa si generano, come nel caso di donne provenienti dall’Africa subsahariana (dalla Nigeria in particolare) al cospetto, per esempio, delle promesse di arricchimento e prosperità che Mami Wata fa alle giovani donne cadette, immerse in un ambiente di miseria economica, morale e psicologica e alla ricerca di un futuro prospero e migliore.
32.
Béatrice Hibou, La bureaucratisation du monde à l’ère néolibérale (La Découverte, 2012).
31.
Philippe Bourgois e Jeff Schonberg, Reietti e fuorilegge. Antropologia della violenza nella metropoli americana (DeriveApprodi, 2011). Grazie a questi autori possiamo approfondire i temi della dipendenza (come quella da oppioidi in California) o di altre forme di disagio lungo i margini (da cui possono emergere varie forme di abuso: si può andare alla voce del glossario psicosi alcolica per un approfondimento).
30.
Loïc Wacquant, I reietti delle città. Ghetto, periferia, stato (Edizioni ETS, 2016).
29.
Pierre Bourdieu, La miseria del mondo (Mimesis, 2015). L’edizione originale è stata pubblicata nel 1993. Tra i numerosi contributi presenti nel volume, consigliamo di leggere i due capitoli scritti da Abdelmalek Sayad che toccano i temi della migrazione e dell’esilio (“La maledizione” e “L’emancipazione”). Sayad è l’autore che ha proposto ne La doppia assenza la nozione di jinn-fobia (o djinn-fobia). Sindromi connesse ai regimi di povertà della migrazione e dell’esilio sono anche quella descritta nel 1952 da Frantz Fanon (la sindrome nord africana) e la più recente, di cui a lungo lo Stato svedese ha taciuto o ha chiesto ai professionisti sanitari di tacere, denominata sindrome da rassegnazione.
28.
Ernesto de Martino, Furore, simbolo, valore (Feltrinelli, 2002). La prima edizione è stata de Il Saggiatore nel 1962, con l’introduzione curata da Marcello Massenzio.
27.
Il tema non può che portarci ad approfondire in questo Atlas, nella sezione del glossario, il modo in cui Ernesto de Martino ha sviluppato il rapporto tra economie della penuria e miseria psicologica, proponendoci la sua teoria sul mondo magico fondata sulla nozione di “presenza” e della sua crisi (il malocchio, in questo caso, è una forma di bassa magia cerimoniale lucana, descritto come l’influenza maligna derivante dallo sguardo invidioso tra chi ha e chi non ha un bene, una opportunità, un diritto o l’accesso a una risorsa…).
26.
Helvécio Ratton, Em Nome da Razão, Brasil, 1979.
Un ampio dibattito sulla violenza istituzionale nei grandi manicomi brasiliani è ripreso con la pubblicazione di Arbex, Holocausto Brasileiro (Geração Editorial, 2013): un libro-reportage che raccoglie ed esamina la documentazione disponibile su Barbacena, il manicomio più grande dello stato di Minas Gerais, ricostruendo la storia e i percorsi biografici di chi vi ha lavorato e vissuto attraverso fotografie e testimonianze. Dalle storie della violenza istituzionale dei grandi manicomi come lo Juqueri a São Paulo e di Barbacena nello stato di Minas Gerais con cui Franco Basaglia aprì un fondamentale confronto sul rapporto tra psichiatria e “miseria della vita” nelle Conferenze brasiliane del 1979 si giunge alle forme contemporanee delle “zone di abbandono sociale”. Contenitori della miseria contemporanea che si creano quando lo Stato sistematicamente non interviene e sceglie di indirizzare gli indesiderabili in luoghi “dove questi individui sono certi di diventare inconoscibili, senza diritti umani e senza nessuno che sia responsabile della loro condizione” (João Biehl, Vita. Life in a Zone of Social Abandonment, University of California Press, 2005).
25.
Franco Basaglia, Conferenze brasiliane (Raffaello Cortina Editore, 2000).
24.
Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, “Follia/delirio”. Grazie alla Scuola di filosofia di Trieste si può trovare qui in pdf.
23.
Klaus Dörner, Il borghese e il folle. Storia sociale della psichiatria (Laterza, 1975; l’edizione originale è del 1969).
22.
Jurgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica (Laterza, 1988; l’edizione originale è del 1962).
21.
Il quarto capitolo di Death without weeping si intitola “Delírio de fome. Madness of Hunger”. L’autrice esordisce con questa epigrafe tratta dalla ricerca etnografica condotta nel Nord-Est del Brasile: “When I am hungry I want to eat one politician, hang another, and burn a third” (Carolina Maria de Jesus). Di Nancy Scheper-Hughes si possono cercare anche degli articoli (come per esempio “The madness of hunger: sickness, delirium, and human needs”).
20.
Intenso il lavoro di Robert Linhart, Le Sucre et la faim: enquête dans les régions sucrières du Nord-Est brésilien (Les éditions de Minuit, 1980).
19.
Josué de Castro, Geografia da Fome. A Fome no Brasil, Rio de Janeiro (Edições Cruzeiro, 1946) e anche Sete palmos de terra e um caixão. Ensaio sobre o Nordeste, uma área explosiva (Editora Brasiliense, 1965).
18.
Non è stata fatta nessuna traduzione italiana del corposo lavoro di Nancy Scheper-Hughes, Death without weeping. The violence of everyday life in Brazil (The University of California Press, 1992). Quando si parla di marasma o kwashiorkor non si può non pensare al lavoro di coloro che in Africa occidentale hanno voluto articolare queste manifestazioni patologiche con le rappresentazioni di una infanzia in bilico, come sospesa, tra il mondo umano e non-umano (come nel caso del bambino nit-ku-bon in Senegal, figura-limite studiata dall’équipe dell’Ospedale di Dakar-Fann diretta da Henri Collomb; o del bambino-kinkirse in Burkina Faso, su cui ha ampiamente scritto Doris Bonnet). Lungo queste piste semantiche ed esperienziali, l’analisi del rapporto tra alimentazione (o meglio sarebbe dire malnutrizione) e malattie dalle eziologie ‘misteriose’ è stata approfondita in altri due casi: da un lato, nella cachexia africana (una sindrome da deperimento estremo, la cachessia appunto, che rifletteva le condizioni di miseria, disperazione e vita disumana in cui versano alcune persone, come nel corso della tratta atlantica); e, dall’altro lato, nella Nodding syndrome o sindrome del dondolamento (anch’essa connessa alla povertà estrema e alla malnutrizione: quando i bambini possono accedere a più risorse alimentari – mangiano cioè meglio e hanno a disposizione cibi sostanziosi – si rallenta, sino a scomparire, il movimento ondulatorio della testa e del corpo, che da il nome alla condizione patologica stessa).
17.
A specificarlo è Didier Fassin in Ripoliticizzare il mondo. Studi antropologici sulla vita, il corpo e la morale (ombre corte, 2014). Recentemente sono numerosi i contributi che invitano a ripoliticizzare la sofferenza psichica e le forme plurali della crisi. Tra i lavori più interessanti c’è quello di Cynthia Cruz sulla melanconia di classe. La miseria qui si intreccia con le forme dell’esclusione e della marginalità, alimentando sentimenti di protesta che sono stati meglio sviluppati alla voce “collera”.
16.
E. P. Thompson, “The Moral Economy of the English Crowd in the Eighteenth Century”, Past and Present, 1971). Di Thompson si trova tradotto in italiano il testo L’economia morale delle classi popolari inglesi del secolo XVIII (et al. edizioni, 2009).
15.
Ancora Engels a pagina 67.
14.
È sempre Engels a pagina 86.
13.
Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (Editori Riuniti, 1992 [1892]).
12.
Anche qui, è ancora Marx (per chi volesse leggere l’intero paragrafo si rimanda alle pagine 749 e 750) dell’opera citata.
11.
Il passaggio è sempre tratto da Karl Marx.
10.
Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro Primo (Editori Riuniti, 1994 [1867]).
9.
Grazie a Petrillo e Tarantino abbiamo la traduzione italiana del libro di Robert Castel (Les métamorphoses de la question sociale. Une chronique du salariat, Gallimard, 1995): Le metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato (Mimesis, 2019).
8.
Il passaggio di Arjun Appadurai è tratto da Modernity at large. Cultural dimensions of Globalization (University of Minnesota Press, 1996). Lo si trova tradotto in italiano come Modernità in polvere; l’ultima edizione è quella del 2012 pubblicata da Raffaello Cortina Editore.
7.
Torneremo sul il lavoro di Edward P. Thompson. Qui pensiamo soprattutto a: Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (Il Saggiatore, 1969).
6.
Due i riferimenti. Il primo è a Jacques Donzelot, La Police des Familles (Les Éditions de Minuit, 1977) e il secondo è a Michel Foucault, Sécurité, Territoire, Population. Cours au Collège de France, 1977-1978 (Seuil/Gallimard, 2004).
5.
Su questi temi la lettura che consigliamo è quella di Bronislaw Geremek e in particolare La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa (Laterza, 1986).
4.
Il riferimento è al lavoro di Paul Rabinow dal titolo French Modern. Norms and forms of the social environment (The University of Chicago Press, 1995).
3.
Karl Polanyi, The Great Transformation. The Political and Economic Origins of our Time, Boston, Beacon Press, 1944. In particolare il capitolo IX dedicato a "Pauperismo e utopia".
2.
È una celebre espressione ironica tratta da La ginestra (1836) di Giacomo Leopardi, usata per criticare la fede cieca nel progresso dell'Ottocento. Il poeta deride l'illusione che la civiltà e la tecnologia possano garantire un miglioramento costante e illimitato del destino umano.
1.
La cosa importante è che non abbiamo parlato di psichiatria, ma abbiamo parlato della miseria della vita, perché questa è la vera situazione, il vero contesto nel quale si costruisce la psichiatria. Penso che la domanda che dobbiamo farci è questa: se la miseria scomparisse, la psichiatria continuerebbe a esistere?

Franco Basaglia

Conferenze brasiliane


A lungo, lo spettro della miseria ha aleggiato minaccioso sui programmi di riforma sociale e sulle politiche, repressive o filantropiche, degli Stati nel XIX secolo. Di fronte alle “magnifiche sorti e progressive”1 della moderna civiltà industriale, mentre si investivano risorse per contenere i problemi legati alla povertà e al vagabondaggio, si cercava anche di distanziarsi, in vario modo, dalla loro presenza inquietante e, se possibile, cancellarne le tracce. Su questa combinazione di tentativi di controllo e di occultamento è fondamentale riflettere, se si vuol capire perché la parola ‘miseria’ risuonasse insistentemente nei discorsi della borghesia dell’Ottocento, proprio quando veniva relegata in luoghi separati, lontana dal conflitto sociale.

Il riferimento all’oscillazione tra la scoperta e la rimozione del problema fa parte della genealogia dei concetti delle scienze sociali. In effetti, come ricordava Karl Polanyi2, il tema della miseria rimanda da un lato al pauperismo e dall’altro all’economia politica, due ambiti di conoscenza e di azione speculari nel processo di scoperta della società. Al riguardo, Paul Rabinow ha mostrato l’emergere del “sociale” come oggetto di studio autonomo, con leggi e tecniche proprie, allorché in Francia si affermano interventi amministrativi nello spazio urbano a difesa dalle minacce di dissoluzione provenienti dai suoi margini3. In occasione dell’epidemia di colera scoppiata nel 1832 a Parigi, per esempio, le commissioni incaricate di indagarne le cause andarono oltre la semplice correlazione tra la malattia e la densità di popolazione e riuscirono a mostrare la dipendenza della diffusione del contagio dallo spazio abitativo per abitante, in relazione alla qualità della vita e alle condizioni sociali e fisiche degli alloggi e degli habitat. Le inchieste sull’ordine pubblico e quelle sulla miseria andavano quindi a combinarsi con l’equipaggiamento teorico della scienza sociale, che andava assumendo la sua struttura attuale. La ricerca delle cause del degrado e della condizione indegna ad esse collegata veniva così affrontata con nuovi metodi e con lo sguardo rivolto alle caratteristiche degli stili relazionali e ai modi di vivere, ai gradini più bassi della gerarchia sociale4. Intanto, lo spostamento della famiglia da modello di organizzazione morale delle relazioni di cura e di reciprocità a bersaglio del governo delle popolazioni acquisiva rilievo nel ridisegnare i rapporti tra sicurezza, territorio e popolazione.5

I pensatori della fine del XVIII e del XIX secolo sembravano, in genere, condividere l’idea che il dilagare della povertà e il progresso fossero inseparabili. Ne era prova il fatto che, secondo le statistiche dell’epoca, il maggior numero di poveri sembrava trovarsi nelle cosiddette “nazioni civilizzate” e non in quelle “barbare”. Non sorprende dunque se, durante la terribile espansione del dominio coloniale, fondata sull’impiego massiccio della forza lavoro ricavata dal regime schiavistico nei possedimenti d’oltremare, l’emergenza della povertà venisse considerata dai savantes e dai proto-scienziati sociali prevalentemente come una questione specifica delle società metropolitane in Europa, di fronte ai pericoli di disordine nel “farsi della nuova classe operaia”.6 Le dinamiche di terraformazione nell’età degli imperi, con il loro impatto su scala intercontinentale e un progetto di morte degli ecosistemi su cui i nativi fondavano le proprie forme di vita, si mantenevano a una certa distanza dalle politiche riformiste o repressive all’interno degli stati-nazione del vecchio continente, nell’incertezza dei possibili esiti del conflitto di classe. Non va tuttavia dimenticato che, nella dialettica tra margini e centri del capitalismo, le politiche dei grandi numeri hanno fatto la differenza, a partire dalle colonie. Le tecnologie del controllo applicate alle popolazioni da contare e suddividere in gruppi riconoscibili, sino a giungere alle procedure di identificazione e profilazione individuale più efficienti, sono state sperimentate in India prima di essere adottate su larga scala nelle società metropolitane. Come ha evidenziato Arjun Appadurai, la statistica nel conteggio coloniale, creando corpi omogenei all’interno di categorie predefinite e appiattendo le differenze in campi di estensione limitata, ha certamente rafforzato il legame intrinseco tra colonialismo e orientalismo, per mezzo delle “monotone procedure di tassazione, igienizzazione, educazione, guerra e fedeltà”.7

Tutto è come se, di fronte allo scandalo della miseria, occuparsi dei corpi da mettere al lavoro implicasse anche lo scontro con gli inoperosi, condannati a sopravvivere o a morire fuori dallo scambio sociale ufficialmente riconosciuto. Una doppia visione che, nei fondatori delle discipline economico-politiche, come Adam Smith e Malthus, portava ad argomentare sulla ricchezza delle nazioni, sull’andamento demografico e sulla circolazione delle merci nel mercato internazionale, mentre una sentenza senza appello era riservata alla presenza dei miserabili e alla necessità di gestirne i corpi prolifici ma improduttivi, affinché potessero autosostenersi o, progressivamente, estinguersi. Al modello della povertà delle società di antico regime, intesa come un potenziale accesso alla beatitudine, seguiva quello moderno del capitalismo industriale, in cui l’indigenza appariva ormai come la condizione ignobile di chi si sottrae a qualsiasi vincolo con il lavoro. Da questo punto di vista, l’insopprimibile proliferazione del “salariato indegno” ha aperto una contraddizione insanabile tra la macchina dello Stato e l’immaginario della nazione. Come ha scritto Robert Castel, “la questione sociale si pone esplicitamente ai margini della vita sociale, ma ‘mette in questione’ l’insieme della società” e, quando i problemi posti ai margini dalle popolazioni periferiche e dai diseredati ritornano al centro degli interrogativi sulle istituzioni e sullo Stato, si verifica un pericoloso effetto boomerang.8

Non si tratta dunque di considerare la povertà come un effetto collaterale dello sviluppo economico, ma di esaminare da vicino le condizioni reali di esistenza in cui si formano le classi sociali. In proposito Karl Marx ebbe facile gioco nel chiamare in giudizio le affermazioni, al tempo stesso paternaliste e ciniche, degli economisti del suo tempo, nel capitolo sulla Legge generale dell’accumulazione capitalistica del primo libro del Capitale. A fronte dei tentativi di un compromesso mai raggiungibile tra il laissez-faire dell’economia e il controllo sociale sulle masse diseredate, la vera questione era che “l’aumento del capitale implica l’aumento della sua parte costitutiva variabile, ossia convertita in forza-lavoro” e tale conversione è soggetta a fluttuazioni e mobilità continue. L’abietta condizione di vita è allora svelata come un tratto ineliminabile della sovrappopolazione relativa, quando una parte dell’esercito operaio attivo è condannata a sopravvivere con un’occupazione assolutamente irregolare e a offrire al capitale una riserva inestinguibile di forza-lavoro.

Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva. […] Le sue condizioni di vita scendono al di sotto del livello medio normale della classe operaia, e proprio per questo ne fa la larga base di particolari rami di sfruttamento del capitale. Le sue caratteristiche sono: massimo di tempo di lavoro e minimo di salario.9

L’analisi di Marx attingeva alle inchieste sui luoghi dove cercavano di sopravvivere le “persone incapaci di lavorare”, gli orfani e i figli di poveri, e “le vittime dell’industria, il cui numero cresce con il crescere del macchinario pericoloso, dello sfruttamento delle miniere, delle fabbriche chimiche, ecc., mutilati, malati, vedove”.10 Aveva tratto numerose informazioni, ad esempio, dalle osservazioni effettuate dal dottor Hunter nelle case dei lavoratori più poveri in diverse contee e poi inserite nel Public Health. Seventh report del 1864.

Bedfordshire. Wrestlingworth: stanza da letto lunga dodici piedi e larga dieci all’incirca, benché molte siano più piccole. La piccola capanna a un piano viene spesso divisa, con un assito, in due stanze da letto, spesso c’è un letto in una cucina alta cinque piedi e sei pollici. Canone d’affitto tre sterline. Gli inquilini devono costruirsi i cessi, il proprietario della casa fornisce solo una fossa. Tutte le volte che qualcuno costruisce un cesso, questo viene usato da tutto il vicinato. Una casa detta dei Richardson era di una beltà impareggiabile. Le sue pareti di malta erano rigonfie come un vestito da signora al momento della genuflessione. Un’estremità del tetto era convessa, l’altra concava, su quest’ultima si trovava per sventura un comignolo, cioè una canna di argilla e di legno simile alla proboscide di un elefante. Un lungo bastone serviva da appoggio per impedire la caduta del comignolo. Porta e finestre a forma romboidale. Fra le diciassette case visitate soltanto quattro avevano più di una stanza da letto, e queste erano pigiatissime. I cots [giacigli] a un posto da dormire albergavano tre adulti con tre bambini, una coppia sposata con sei bambini.11

In questa chiave, si possono rileggere le inchieste sulla condizione di vita dei più poveri nei centri urbani industriali, espulsi dal ciclo produttivo dalle crisi periodiche del capitalismo. In particolare, La situazione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels12 costituisce una fonte fondamentale per comprendere le condizioni del proletariato nelle città inglesi nel 1844. La realtà era da lui conosciuta direttamente, in particolare il Lancashire industriale e Manchester, la città in cui la sua famiglia di imprenditori del cotone in Renania aveva aperto una filiale (Ermen e Engels) e dove era entrato in contatto, tramite Mary Burns, con amici e famiglie operaie irlandesi. La necessità di osservare direttamente il mondo dei più poveri delle città inglesi si fondava sulla premessa che la classe operaia fosse il “terreno reale” di tutti i movimenti sociali, proprio perché mostrava con maggiore evidenza il volto terribile dell’indigenza e della fame. È da sottolineare il richiamo a tale “evidenza”: infatti, se da un lato la miseria pareva invisibile nell’abbattersi sulle esistenze individuali, dall’altro, quando si manifestava come sofferenza sociale, faceva emergere più nitidamente le forme collettive di organizzazione, di solidarietà e di resistenza.

Nel consultare le sue fonti, Engels notava che l’emergere delle condizioni reali di vita del proletariato dipendeva dall’orientamento politico di chi osservava il fenomeno: i liberali tendevano a mettere in risalto la miseria nelle zone agricole e a negare quella nelle città industriali; al contrario, i conservatori denunciavano la povertà estrema nelle zone industriali e tacevano su quella delle campagne. L’occultamento era dunque selettivo e, nelle polemiche tra i due fronti, si potevano trovare i materiali più interessanti per “colpire la borghesia liberale con le sue stesse parole”. In città, gli effetti spaziali della ripartizione dei corpi sociali appartenevano a una politica della visibilità urbana prodotta da un’”urbanistica ipocrita”. Poco lontano dalle vie principali e dalle abitazioni della media e dell’alta borghesia, sarebbe stato impossibile cogliere il degrado dei quartieri operai circostanti senza conoscere personalmente i luoghi: “In nessun luogo ho trovato altrettanta sistematicità nel tener lontana la classe operaia dalle strade principali, altrettanta sollecitudine nel nascondere delicatamente tutto ciò che potrebbe offendere l’occhio e i nervi della borghesia, come a Manchester. […] i big whigs di Manchester hanno avuto la loro parte in questa sistemazione urbanistica piena di pudori”.13
E poi c’erano i “brutti quartieri” come St. Giles a Londra dove

si vede unicamente gente che appartiene alla classe operaia. Per le strade si tiene il mercato: ceste piene di ortaggi e di frutta, naturalmente tutta pessima e quasi non commestibile, restringono ancor più il passaggio, emanando, al pari delle macellerie, un puzzo disgustoso. Le case sono abitate dalle cantine fin sotto i tetti, sporche di dentro e di fuori, ed hanno un aspetto tale che nessuno vorrebbe abitarci. Ma questo è ancora niente di fronte alle abitazioni negli angusti cortili e nei vicoli tra una strada e l’altra, in cui si entra attraverso passaggi coperti tra le case, e dove la sporcizia e la rovina superano ogni immaginazione.14

La rivolta per la fame e la carestia minacciava anche gli interessi dei proprietari terrieri, sebbene la povertà dei contadini assumesse progressivamente nuovi significati attraverso l’accostamento con quella del sottoproletariato urbano. Uno sguardo sulle campagne farebbe scorgere di nuovo il furore del grano all’apice del progresso agricolo: “A Nottingham, nel 1812, le donne manifestarono per la città con una pagnotta infilzata su un palo, venata di rosso e annodata a esso con un nastro di crespo nero, emblema della ‘fame sanguinante vestita a lutto’”.15 Occupandosi dell’economia morale nelle rivolte della fame in Inghilterra, Edward P. Thompson ha ricostruito i modelli di comportamento coerenti e riconoscibili per i membri di una comunità in cui doveva risultare innaturale ogni tentativo di trarre profitto dai bisogni degli altri. Ciò rendeva, ad esempio, incomprensibile un aumento di prezzo di un bene primario proprio nel periodo della carestia. Di fronte all’economia politica, si vede come le ribellioni popolari nelle aree rurali seguissero le regole consuetudinarie di un’economia morale, in cui le rivolte scoppiavano nel nome di norme non rispettate, di obblighi i cui impegni impliciti non erano stati onorati. Nell’economia morale sono in gioco “la produzione, la ripartizione, la circolazione e l’uso delle emozioni e dei valori, delle norme e degli obblighi nello spazio sociale”16 e, per comprendere le rivolte, dovrebbe essere ricostruito il sistema dei valori e l’ordine simbolico alla base dell’espressione delle emozioni allo scoppiare della violenza.

Nonostante la malnutrizione dei bambini e le malattie che ne seguivano fossero già chiaramente presenti nelle pagine di Engels, passò molto tempo prima che la fame e la mortalità infantile comparissero tra i crimini ascrivibili ai modi in cui le società sono organizzate. Nancy Scheper- Hughes, nel disegnare un ritratto drammatico delle condizioni del nord-est del Brasile a metà del Novecento, ha denunciato il silenzio che per secoli ha coperto le morti per fame.

In molte parti d’Europa e del Nord America fino alla metà del XIX secolo, l’elevata mortalità infantile non era considerata un fatto intollerabile o inaccettabile, bensì un evento abbastanza prevedibile e atteso. Ironicamente, la scoperta della malnutrizione infantile (identificata per la prima volta come malattia pediatrica nel 1933) e le diagnosi più specifiche di marasma, kwashiorkor e MPE (malnutrizione proteico-energetica) hanno dovuto attendere che i medici occidentali incontrassero questi disturbi nei tropici e adottassero un termine tradizionale ghanese come categoria diagnostica clinica.17

Come ha mostrato Josué de Castro, contro le interpretazioni ‘naturalistiche’ e le soluzioni semplicistiche neomalthusiane, per comprendere la fame nel Nord-Est del Brasile è necessario conoscere la sua struttura economica e sociale.18 Laddove nel Sertão, la regione più arida e ostile, la fame si manifesta in epidemie acute durante la siccità, è nella zona delle monoculture latifondiarie della canna da zucchero,19 una pianta che per autofagia letteralmente divora la terra e distrugge le piccole colture e il capitale umano necessario alla sua esistenza, che si muore per malattie causate da malnutrizione cronica ed endemica. Ma di fame e rabbia si può impazzire; il banditismo sociale e le esperienze messianiche di rivolta propagatesi nel Sertão hanno attinto alla risorsa estrema della disperazione e del delirio de fome (delirio da fame).20

Nel processo di formazione degli stati moderni, riconoscere i comportamenti difformi e disinnescarne il potenziale di sovversione ha costituito la posta in gioco della psichiatria nascente. L’immagine rovesciata della sfera della pubblica opinione borghese21 si incarna nella sorte del folle imprigionato nell’economia del grande internamento della povertà e poi nella classificazione delle malattie morali22 e cerebrali. In questi scenari, ricordano Franco Basaglia e Franca Ongaro, la follia è parte della miseria e indistinguibile da essa. I due piani sono intrecciati indissolubilmente nella condizione umana e, per questo, la loro combinazione mostra i modi di produzione sociale della sofferenza in una determinata fase storica.

La miseria ha tante facce: quella della fame e dell’indigenza e quella dell’impoverimento totale dell’esistenza umana. La razionalità borghese ha conservato la prima nelle sacche necessarie all’equilibrio della logica economica su cui si fonda, ma ha prodotto la seconda nel suo stesso seno. È in questo mondo generalizzato di miseria economica e psicologica che i bisogni si esprimono in modo confuso e indifferenziato: bisogni che nascono dall’urgenza della vita, da un corpo che non accetta di essere mutilato e mortificato, da una soggettività che non vuole essere repressa o violentata e che trova troppo stretto lo spazio che le viene concesso.23

In certi spazi di visibilità della follia è miseria. Quando la povertà e la malattia subentrano a ripartire le aree di competenza, là troviamo una gestione particolare del sociale. D’altra parte, prima che la miseria diventi questione sociale, collocata in uno spazio indistinto di reclusione, è davvero indistinguibile dalla follia. Si chiedono ancora: “Ma se Lombroso, spinto dai movimenti sociali dell’inizio del secolo, anziché riconoscere la pellagra come malattia avesse denunziato che si trattava di ‘fame’, dove avrebbe potuto mettere la miseria che era confusa con la malattia?”. In fondo, la decisione di Pinel di liberare i folli e i dementi dalle catene, tramandatoci come atto di fondazione della psichiatria francese, getterà un fascio di luce su quelle che diventeranno le malattie mentali e lascerà in un cono d’ombra la loro organica e originaria relazione sociale con il mondo della sofferenza senza riscatto. In questa zona grigia, è possibile scorgere il dolore, la disuguaglianza e i potenziali trasformativi e critici di quella follia.

Di fronte alle catastrofi ordinarie, nell’avvicinarsi alla sofferenza e all’ingiustizia sociale, si tocca il punto limite in cui lo scandalo della violenza istituzionale rende impossibile anche il solo atto di testimoniare, laddove l’ingiustizia e l’annullamento della condizione umana sembrano toccarsi ai limiti del linguaggio. Le conferenze brasiliane di Franco Basaglia tramandano la memoria di un’esperienza straordinaria di cambiamento, avvenuta nel dialogo tra la pratica della lotta antimanicomiale in Italia e il movimento dei lavoratori della salute mentale in Brasile contro la violenza istituzionale e il regime militare. Contengono però anche un lungo silenzio in occasione della conferenza di Belo Horizonte. Ha ricordato chi era presente a quell’incontro, che Basaglia non aveva più intenzione di parlare. Decise di cambiare il suo discorso programmato perché, dopo la visita all’ospedale di Barbacena, quel giorno tutto gli sembrava diverso: “Ci sono situazioni in cui è impossibile trovare soluzioni di compromesso perché se lo facciamo stiamo andando al compromesso con la morte, e con la morte non c’è compromesso possibile”.24

Nella cosiddetta Colonia aveva incontrato la forma estrema della miseria, che aveva pure conosciuto nei manicomi italiani. Ma che forse, in quel caso, avevano raggiunto un limite in estensione e intensità dell’esercizio ordinario dei “crimini di pace”. Qualche mese dopo sentì il bisogno di tornare in quei luoghi e il 21 novembre 1979 commentando il documentario Em Nome da Razão, di Helvécio Ratton25, espresse un giudizio definitivo sulle condizioni inumane dei grandi manicomi come lo Juqueri a São Paulo e quello di Barbacena nello stato di Minas Gerais: “Barbacena è l’espressione più evidente di un fascismo imperante che non vuole i poveri alla sua tavola” (è sempre Basaglia a tenere questo discorso nelle sue Conferenze brasiliane).

Parlare di follia, in questa chiave, è ben diverso dalla scelta di inquadrare una forma di sofferenza materiale e morale mediante una diagnosi psichiatrica.

Credo – scrive Basaglia – che una delle principali prevenzioni della follia e della malattia mentale sia la lotta contro la miseria. Ritengo molto difficile che in un quartiere povero si sappia chi è folle e chi non lo è. Lo stesso accade in manicomio. Quando entriamo in un manicomio abbiamo di fronte a noi la miseria. Come si può sapere se un abitante dello Juqueri è folle? La prima cosa che fa quando ci vede è chiedere l’elemosina e domandarci “Quando ritorno a casa?”. Questo folle ha due caratteristiche molto importanti: la coscienza della prigione e la coscienza pratica della miseria.

Queste considerazioni portano a problematizzare, con nuovi strumenti, quelle situazioni in cui Ernesto de Martino vedeva il rapporto indissolubile fra crisi individuale e dramma collettivo, quando il regime di esistenza dominato dalla precarietà dei beni vitali più immediati e dall’esperienza dei limiti dell’operare umano in un progetto comunitario ha un impatto distruttivo sulla vita psichica del soggetto con una disaggregazione e una dissociazione della personalità. Ripercorrendo i suoi itinerari meridionali, de Martino oltre a testimoniare questa “miseria psicologica”26 connessa alle precarie condizioni storiche e materiali, evocava le richieste dei suoi interlocutori di rendere pubblica la sofferenza di un mondo insieme alla loro volontà di stare nella storia.

“Dite, raccontate, che noi cafoni non siamo poi delle bestie, e che quaggiù non c’è soltanto miseria”. Essi vogliono entrare nella storia non soltanto nel senso di impadronirsi dello Stato e di diventare i protagonisti della civiltà, ma anche nel senso che, fin da oggi, fin dal presente stato di indigenza, le loro storie personali cessino di consumarsi privatamente nel grande sfacelo del quartiere rabatano, e di affogare senza orizzonte di memoria nel fango o nello sterco delle sue sordide giornate. Essi vogliono che queste giornate senza luce, vissute in tane immonde, che stanno di mezzo fra la tomba, la grotta e la stalla, siano notificate al mondo, acquistino carattere pubblico mediante il giornale, la radio, il libro, e formino così tradizione e storia.27

Oggi avvicinarsi alle condizioni di indecisione e di precarietà strutturale, insieme alle persone che vivono l’incertezza esistenziale come una condizione permanente e sperimentano ogni giorno l’angoscia di precipitare nella miseria, vuol dire ritrovarsi in un ambito non delimitabile secondo i parametri degli interventi ordinari sulla povertà. Si tratta piuttosto di una zona mobile in cui, come scrive Pierre Bourdieu, la miseria di posizione (la vita del contrabbassista nell’opera di Suskind) e la miseria di condizione si guardano l’un l’altra.28 Inoltre, nei nuovi regimi di povertà delle politiche contemporanee dello spazio urbano, la stigmatizzazione territoriale di alcuni quartieri e spazi periferici fa da contrappunto ai “dilemmi politici insormontabili posti dalla dispersione materiale e dalla frammentazione simbolica dei nuovi poveri urbani”.29 Nel cosiddetto ciclo della violenza, l’alternarsi di cicli di repressione dei reati di strada, di gentrificazione e di speculazione immobiliare innesca continui cambiamenti della mappa della segregazione sociale nelle città. Nella maggioranza dei casi, scrivono Bourgois e Schonberg, la sovraesposizione mediatica della violenza dei margini si combina con l’occultamento della violenza dei centri.

La polizia è in grado di costringere gli homeless a muoversi perché siano meno visibili nei distretti turistici e commerciali del centro; ma a meno che non muoiano o finiscano in prigione, gli homeless non scompaiono finché non hanno un alloggio. Insomma, a dispetto della retorica neoliberista dell’efficienza del mercato, non sono state considerazioni di carattere pragmatico, bensì ideologico, a determinare nell’ultimo quarto del XX secolo la sostituzione delle reti sociali di protezione con la rete a strascico della prigione.30

Oggi la lotta alla povertà nelle democrazie liberali mira a integrare le popolazioni a basso reddito nel mercato e nella città, garantendo la loro partecipazione. Come ha mostrato Béatrice Hibou, i programmi di riduzione della povertà si concentrano su “attività capaci di generare reddito”,31 attraverso le quali la lotta alla precarietà, anziché ridurre le disuguaglianze, opera all’interno dell’economia di mercato.32 In effetti, c’è uno stretto rapporto tra la burocrazia e la miseria, nelle forme di violenza strutturale esercitate dallo Stato nel pieno svolgimento delle sue funzioni rispetto alla marginalità urbana. Il problema è che le risposte burocratiche non solo falliscono continuamente, ma alimentano anche l’indifferenza nei confronti dei risultati arbitrari che ne scaturiscono.33 Come ha scritto Akhil Gupta, il rischio è quello di abituarsi a disastri annunciati destinati a ripetersi con una drammatica ridondanza nei cicli routinari che rendono invisibile la sofferenza umana. D’altra parte, è nel laboratorio politico dello spazio postcoloniale, che l’organizzazione e l’azione delle masse dei diseredati si manifestano nel quadro della società politica, in ambiti di negoziazione e di contestazione riservati dalla governamentalità ai gruppi di popolazione fuori dalla cittadinanza. Nelle periferie urbane in India, Partha Chatterjee ha individuato quei luoghi di frontiera, in cui la rappresentazione degli interessi e il loro incontro/scontro si verificano in aree di giurisdizione sospesa dentro “processi amministrativi paralegali e di rivendicazioni collettive che fanno capo a legami di solidarietà morale”.34 La parola partecipazione, in questi casi, può assumere significati diversi a seconda dei punti di vista: dalla prospettiva di chi governa è una categoria della governamentalità; da quella di chi è governato è una pratica di “democrazia profonda”, dove è importante la capacità di articolare ed esprimere le aspirazioni a una buona vita “nutrita dalla possibilità di fare congetture e confutazioni sul mondo reale”.35 Tutto dipende dalle condizioni di riconoscimento, perché la povertà non è determinata solo da un’estrema scarsità di risorse, ma
anche dal fatto di essere costretti a sottoscrivere norme che riducono la propria dignità e aggravano le condizioni di disuguaglianza. Diviene allora necessario fare i conti con un pulviscolo di singolarità, tra i sommersi nell’indistinto e i nominati nelle classificazioni dei problemi sociali. In ciò che rimane, nel resto della vita, nonostante tutto, cioè nella zona di indistinzione tra miseria e follia, l’antropologia e la ricerca storica lavorano congiuntamente per ridefinire l’archivio e per fare una genealogia vivente dei subalterni e dei sommersi.

Massimiliano Minelli
Non ha confini la loro malvagità, ma neppure la miseria. Non la malvagità, dei poveri tu m’hai mostrato, ma la povertà dei poveri. Voi mi avete mostrato abietti i poveri, io degli abietti mostrerò il dolore.
Bruti li chiama una facile ingiuria: sia confutata dai loro visi di miseria.

Bertolt Brecht
Santa Giovanna dei Macelli
miseria
My father, a son of the Bakhtiari — the Indigenous people of the Zagros Mountains —, could sense it long before it arrived: defeat. Or perhaps it never arrived at all, because it had always been there, woven into the soil and the air. Like his ancestors, he watched as their land, and the future promised by it, were stripped away. It was the Bakhtiari’s misfortune that French and British expeditions, wandering through their mountains in the late 19th century, found oil shimmering beneath their feet.
One of the few things of my father that remains with me is a letter he sent in late 1987, while I was crossing borders, one after another, illegally, trying to outrun the Iran-Iraq war. It is hardly a letter, more, a brief warning. The last two sentences read:

Life, in general, is about defeat. Learn to face your defeats with an open face.

But how does one prepare for a defeat not yet arrived? For people like him — whose land, whose name, whose time have been taken — defeat is no stranger. It arrives like a season. It is expected. He, an Indigenous man, wanted to ready me — an undocumented migrant — for the rhythm of loss that returns, again and again, through generations.
Another defeat is on its way. Learn to meet it with an open face.
The defeated of the world theorize what they endure. In truth, the only critical thinking possible today is thinking from the standpoint of the defeated. This standpoint is not one of passivity, nor of victimhood. On the contrary, it asks: How can one think from within brokenness, from within the ruins, and still produce meaning, and even possibility? What does it mean to transform defeat into a method?
Defeat thus becomes a critical gesture, a refusal to make peace with injustice through premature resolution. Critical thought persists through its own brokenness; it is a mode of thinking that refuses to forget wounds. Defeat is not the end of critique, but its ethical point of departure. The defeated peoples of the earth, across times and geographies, live continuously within a post-apocalyptic frame. The ways in which narratives of past defeats have been practiced — by indentured migrant workers in the Caribbean, by enslaved workers on plantations in North America, or by marginalized communities in Iran — speak not to a distant history but to an enduring way of understanding the world.
The defeated of the earth already inhabit the very conditions that post-apocalyptic narratives attempt to describe. A single historical defeat is never merely an event of the past; it carries within it the potential for future revolutionary moments. Lamentation over defeat is not a passive act of remembrance but a practice of hope — an orientation toward the possibility of the new. It is a willingness to meet an approaching defeat with an open face.
As Fanon reminds us, resistance clears the path to freedom through radical changes in consciousness. Like fugitivity, defeat as method enacts such transformation: it refuses objectification, rejects the singular identities imposed by colonial imaginaries, and affirms the right to exist otherwise. In this way, fugitivity intersects with defeat as method. Both disrupt the colonial fantasy of omnipotence; both reveal what domination works so hard to obscure; we are still alive.

Shahram Khosravi
defeat
A lungo dominante nelle politiche del movimento operaio e dei partiti che a esso si sono richiamati, il concetto di sfruttamento appare oggi ai margini nella teoria critica e negli stessi movimenti sociali (che preferiscono adottare termini come 'dominio' e 'oppressione').
Al più, dello sfruttamento si impiegano definizioni giuridiche, come ad esempio quella contenuta nell’articolo 3 del "Protocollo di Palermo" alla Convenzione ONU sulla 'tratta di persone'. In questione, qui, sono condizioni ritenute eccezionali e abusive, come lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, la schiavitù o l’espianto di organi.
Del tutto diversa è la definizione marxiana di sfruttamento, che individua nella sproporzione tra la creazione di valore da parte del lavoro comandato e la retribuzione attraverso il salario la norma costitutiva del modo di produzione capitalistico. Centrale, in questa prospettiva, è il momento dell’appropriazione del surplus di valore prodotto. Occorre notare che a lungo, nel marxismo, è prevalsa una lettura meramente economicistica del concetto di sfruttamento, ricondotto in modo esclusivo al rapporto di lavoro salariato 'libero' e alla realtà della fabbrica. Le trasformazioni del capitalismo negli ultimi decenni hanno messo in discussione la centralità di questo rapporto anche in Occidente, mentre lo sviluppo della 'storia globale del lavoro' ha mostrato che nella maggior parte del mondo quella centralità non è mai esistita. Al tempo stesso è emerso in primo piano il fatto che, lungi dall’essere 'puro', lo sfruttamento è reso possibile – ed è gerarchicamente organizzato – da linee di dominazione che valorizzano 'differenze' come quelle di genere e di razza. In queste condizioni, la teoria dello sfruttamento deve essere radicalmente ripensata a fronte di una composizione molteplice del lavoro, che include al suo interno precarietà, povertà e miseria. La prospettiva marxiana, tuttavia, continua a sfidarci a vedere nei soggetti sfruttati non solo condizioni di deprivazione, esclusione e 'miseria assoluta' ma anche 'la possibilità generale della ricchezza'.

Sandro Mezzadra