Del tutto diversa è la definizione marxiana di sfruttamento, che individua nella sproporzione tra la creazione di valore da parte del lavoro comandato e la retribuzione attraverso il salario la norma costitutiva del modo di produzione capitalistico.

Centrale, in questa prospettiva, è il momento dell’appropriazione del surplus di valore prodotto. Occorre notare che a lungo, nel marxismo, è prevalsa una lettura meramente economicistica del concetto di sfruttamento, ricondotto in modo
esclusivo al rapporto di lavoro salariato ‘libero’ e alla realtà della fabbrica. Le trasformazioni del capitalismo negli ultimi decenni hanno messo in discussione la centralità di questo rapporto anche in Occidente, mentre lo sviluppo della ‘storia globale del lavoro’ ha mostrato che nella maggior parte del mondo quella centralità non è mai esistita.

Al tempo stesso è emerso in primo piano il fatto che, lungi dall’essere ‘puro’, lo sfruttamento è reso possibile – ed è gerarchicamente organizzato – da linee di dominazione che valorizzano ‘differenze’ come quelle di genere e di razza. In queste
condizioni, la teoria dello sfruttamento deve essere radicalmente ripensata a fronte di una composizione molteplice del lavoro, che include al suo interno precarietà, povertà e miseria.
La prospettiva marxiana, tuttavia, continua a sfidarci a vedere nei soggetti sfruttati non solo condizioni di deprivazione, esclusione e ‘miseria assoluta’ ma anche ‘la possibilità generale della ricchezza’.

A lungo dominante nelle politiche del movimento operaio e dei partiti che a esso si sono richiamati, il concetto di sfruttamento appare oggi ai margini nella teoria critica e negli stessi movimenti sociali. Al più, dello sfruttamento si impiegano definizioni giuridiche, come ad esempio quella contenuta nell’articolo 3 del “Protocollo di Palermo” alla Convenzione ONU sulla ‘tratta di persone’. In questione, qui, sono condizioni ritenute eccezionali e abusive, come lo sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, la schiavitù o l’espianto di organi.
* che preferiscono adottare termini come ‘dominio’ e ‘oppressione’
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Sandro Mezzadra
miseria

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