termine di origine wolof (Senegal) (“richiamo”)
Consiste in una pratica magico-rituale rivolta a far ritornare (“attrarre”) il membro del gruppo rimasto troppo a lungo lontano dalla famiglia e dal villaggio. Omar Silla e Mor Mbaye hanno messo in rilievo il valore risocializzante e di reintegrazione di questa strategia rivolta ad individui che hanno trascorso lunghi periodi lontano da casa (speculare dunque alla pratica del naawtal, che conduce invece il soggetto all’erranza e all’esclusione sociale), ma in essa pure si devono riconoscere i sentimenti ambivalenti del gruppo d’origine nei confronti di colui che, in quanto emigrato, diventa “sospetto” e ambiguo quanto al suo statuto sociale, minacciando di fatto l’integrità dei vincoli e dei legami familiari (e ciò in ragione dei suoi desideri, espliciti o meno, di autonomia). Concetti analoghi sono stati descritti in altri gruppi etnici del Senegal (fra i Diola, i Serer, gli Haal Pularen ecc.) ma anche altrove: fra i Dogon del Mali (bondu, “richiamo”), ad esempio. La procedura, solitamente messa in atto dalla madre, guardiana delle tradizioni, o dalla moglie, è realizzata da un terapeuta tradizionale che infila una spina in un frammento di placenta; successivamente quest’ultimo viene gettato in mare o seppelllitto nella terra a seconda che le intenzioni siano particolarmente distruttive o, rispettivamente, più benevole. Fra i Serer a questo atto deve fare seguito il ritorno dell’immigrato (entro tre giorni): egli sente il richiamo e avverte una serie di vaghi disturbi. Il rifiuto di tornare si tradurrebbe in un progressivo aggravamento delle sue condizioni di salute (forme di scompenso psichico, tentativi di suicidio ecc.). Secondo altre fonti, in alcuni casi sarebbero gli antenati (pangol) ad agire perché corrucciati nei confronti di coloro che abbandonano o dimenticano vincoli e tradizioni. Sono numerose le espressioni che alludono alle strategie di costruzione identitaria nella cultura wolof (“lavoro della madre, “cintura del padre”), aventi un forte valore strutturante per l’individuo, ma potendo anche ritorcersi contro di lui nel caso egli provasse a realizzare progetti non in sintonia con il desiderio della famiglia o del gruppo.
Consiste in una pratica magico-rituale rivolta a far ritornare (“attrarre”) il membro del gruppo rimasto troppo a lungo lontano dalla famiglia e dal villaggio. Omar Silla e Mor Mbaye hanno messo in rilievo il valore risocializzante e di reintegrazione di questa strategia rivolta ad individui che hanno trascorso lunghi periodi lontano da casa (speculare dunque alla pratica del naawtal, che conduce invece il soggetto all’erranza e all’esclusione sociale), ma in essa pure si devono riconoscere i sentimenti ambivalenti del gruppo d’origine nei confronti di colui che, in quanto emigrato, diventa “sospetto” e ambiguo quanto al suo statuto sociale, minacciando di fatto l’integrità dei vincoli e dei legami familiari (e ciò in ragione dei suoi desideri, espliciti o meno, di autonomia). Concetti analoghi sono stati descritti in altri gruppi etnici del Senegal (fra i Diola, i Serer, gli Haal Pularen ecc.) ma anche altrove: fra i Dogon del Mali (bondu, “richiamo”), ad esempio. La procedura, solitamente messa in atto dalla madre, guardiana delle tradizioni, o dalla moglie, è realizzata da un terapeuta tradizionale che infila una spina in un frammento di placenta; successivamente quest’ultimo viene gettato in mare o seppelllitto nella terra a seconda che le intenzioni siano particolarmente distruttive o, rispettivamente, più benevole. Fra i Serer a questo atto deve fare seguito il ritorno dell’immigrato (entro tre giorni): egli sente il richiamo e avverte una serie di vaghi disturbi. Il rifiuto di tornare si tradurrebbe in un progressivo aggravamento delle sue condizioni di salute (forme di scompenso psichico, tentativi di suicidio ecc.). Secondo altre fonti, in alcuni casi sarebbero gli antenati (pangol) ad agire perché corrucciati nei confronti di coloro che abbandonano o dimenticano vincoli e tradizioni. Sono numerose le espressioni che alludono alle strategie di costruzione identitaria nella cultura wolof (“lavoro della madre, “cintura del padre”), aventi un forte valore strutturante per l’individuo, ma potendo anche ritorcersi contro di lui nel caso egli provasse a realizzare progetti non in sintonia con il desiderio della famiglia o del gruppo.