Comportamenti della crisi – ADHD (Attention-Deficit Hyperactivity Disorder), DDAI (Disturbo da deficit d’attenzione e iperattività) è un disturbo diagnosticato soprattutto in bambini di sesso maschile (rapporto 10:1 nei confronti delle bambine), caratterizzato da difficoltà a concentrarsi e portare a termine attività in corso, elevata distraibilità, scarsa capacità di prestare attenzione mentre gli si parla, impulsività, movimento continuo sia a scuola sia a casa (incontrollabile anche nei contesti in cui si dovrebbe stare seduti). I criteri da considerare perché sia legittimo porre la diagnosi sono numerosi (è presente l’ADHD solo quando i disturbi insorgono prima dei sette anni, quando sono presenti almeno sei sintomi del deficit di attenzione e sei sintomi di impulsività/iperattività, e quando questi compromettono seriamente l’apprendimento). Tali criteri sono d’altronde insoddisfacenti perché non è facile riconoscere taluni problemi, quelli dell’apprendimento ad esempio, siano causati dai tre sintomi maggiori (distraibilità, iperattività, impulsività), se solo si associno ad essi (indipendentemente e in modo autonomo), o se rivelino altre affezioni e disordini di ordine cognitivo. Le difficoltà nell’utilizzazione di questa diagnosi sono rivelate anche dalla frequente concomitanza di altre diagnosi controverse, nelle quali emergono esplicite le componenti “morali” nel giudizio di inadeguatezza (diagnosi spesso associate all’ADHD sono ad esempio il Disturbo della Condotta e il Disturbo Oppositivo Provocatorio). Il quadro è reso ancora più complesso dalla non rara associazione di disturbi aventi però decorso autonomo (come nel caso della Sindrome di Gilles de la Tourette). Lo stesso DSM, del resto, riconosce la difficoltà di distinguere nella prima infanzia una sindrome ADHD da “comportamenti appropriati all’età in bambini attivi”. L’incertezza sulle cause contribuisce a fare dei disturbi descritti un quadro confuso, e in molti si chiedono se la configurazione di sintomi e comportamenti meriti la dignità di una sindrome autonoma. I modelli eziologici neuropsicologici rinviano al modello dell’iperattività delle aree sottocorticali e/o dell’ipoattività di quelle corticali inibitorie. Nessuna ipotesi (neurologica o genetico/neurotrasmettitoriale, quest’ultima relativa a una ridotta disponibilità di dopamina), risulta al momento convincente, e i modelli cognitivi o socio-ambientali rimangono essenzialmente prigionieri di una logica tautologica. Spesso essi sembrano infatti tradurre in una semantica pseudo-eziologica quelli che in realtà sono i disturbi osservati: ad esempio, l’ipotesi di un deficit nei circuiti di controllo e di mantenimento dello stato di allerta/attenzione è, di fatto, ciò che viene descritto nella forma dei disturbi più frequenti: impulsività e, rispettivamente, distraibilità). L’ADHD conosce un uso crescente negli Stati Uniti, mentre la sua utilizzazione è assai più bassa in Europa, ed eccezionale in paesi non occidentali. Le polemiche sull’abuso di questa diagnosi derivano in particolare dal rischio di stigmatizzazione del bambino (la diagnosi certo aiuta a decolpevolizzare famiglie e società, ciò è indubbiamente vero, ma inevitabilmente patologizza l’individuo e medicalizza la sua sofferenza), nonché dall’uso, purtroppo sempre più diffuso, di psicofarmaci già in età precocissima. Sono pochi gli autori che si sono occupati dell’emergere di questa espressione di disagio in relazione alle trasformazioni sociali (competizione, incertezza, iperstimolazione cognitivo-ambientale e massiccia presenza di tecnologie nei nuovi contesti di vita, ambiguità dei ruoli, ecc.), scolastiche (modelli di apprendimento e richieste sempre più complesse quanto alle prestazioni) o familiari (mutamento dei ruoli, crisi dei legami affettivi, metamorfosi delle tradizionali gerarchie parentali, aumento del tempo che i bambini trascorrono da soli ecc.). Queste trasformazioni, particolarmente evidenti in un contesto come quello nordamericano, invitano quanto meno a ipotizzare che l’ADHD possa essere anche un vero e proprio commentario, corrosivo per quanto inconsapevole, di queste eterogenee dinamiche e degli effetti che essi determinano sulla nostra relazione con l’ambiente e con il mondo interiore.