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L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale è stato curato da Simona Taliani (Università di Napoli L’Orientale) e da Roberto Beneduce (Università di Torino), con il contributo di:
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale in cui state navigando è stato creato grazie al finanziamento UE – NextGenerationEU PRIN 2022 PNRR (M4C2) del Progetto coordinato da Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) dal titolo “S.E.L.F. - Stories of Exclusion and Living Freedom. Archives of sorrow and ethnographies of hidden subversion in mental health institutions: exploring the intersectionality of subalternities”.

S.E.L.F. ha coinvolto tre unità di ricerca (Università di Torino, Università di Firenze, Università di Perugia), coordinatesi per esplorare le traiettorie degli ultimi e comprendere i modi in cui si producono pratiche di nominazione e classificazione della loro sofferenza, di categorizzazione delle forme di umanità e soggettività riproducentisi “ai margini” (della società, della storia).
La ricerca ha voluto scrutare più in particolare anche i modi in cui queste soggettività interagiscono producendo vite infami, abitando territori disturbati, lottando contro i confini (semantici, politici, diagnostici, giuridici) che si vuole loro imporre. Ed esplorare, negli archivi viventi della sofferenza, ciò che resiste e sopravvive nelle manciate di tempo che restano agli ultimi (in senso demartiniano).

Il progetto integra approcci etnografici e storici al fine di esaminare le diverse questioni relative alla violenza culturale, strutturale e istituzionale, i profili dei nuovi subalterni e le diverse strategie di resistenza che emergono all’interno dello Stato-nazione contemporaneo. Indagare le forme intersezionali di resistenza, mappare quali sono i margini e come vengono costruiti oggi, sono gli aspetti centrali della nostra proposta di ricerca.


Responsabile del progetto: Roberto Beneduce
Settore scientifico disciplinare: S-DEA-01/A
Data di inizio e di fine progetto: 30/11/2023 - 28/02/2026
Ente finanziatore: MUR e Unione europea NextGenerationEU
Capofila: Università di Torino
Università Partner:
Università di Firenze (Francesco Zanotelli)
Università di Perugia (Massimiliano Minelli)


L’Atlas è stato realizzato dall’Associazione Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e “Illas Saperi in divenire srls”. Le tavole prodotte da Giulia Cavallo, antropologa e disegnatrice, sono state realizzate grazie a un incarico di collaborazione reso possibile dal contributo del MAECI alla Missione etnologica italiana in Africa subsahariana.

Hanno lavorato alla sua realizzazione:

L'articolo di Sarah Ihmoud è intitolato “(Re)membering the Dead at the End of the World: Ashlaa’ as Critical Feminist Methodology” (Cultural Anthropology, 2024).
24.
“Ashlaa’ and the Genocide in Gaza: Livability against Fragmented Flesh” (Cultural Anthropology, 2024).
22.
La nozione araba di sumud, ‘perseveranza’, analizzata nel contesto palestinese da Samah Jabr è la forma di resistenza all’occupazione israeliana che diviene azione terapeutica quotidiana e ordinaria contro l’umiliazione e l’oppressione. I libri di Samah Jabr sono tutti tradotti in italiano e pubblicati da Sensibili alle foglie: Dietro i fronti. Cronache di una psichiatra psicoterapeuta palestinese sotto occupazione (2019); Sumud. Resistere all’oppressione (2021); Il tempo del genocidio (2024). Qui si può ascoltare l’intervista a Samah Jabr di Maria Nadotti.
23.
Linda Green, “Fear as a Way of Life” (Cultural Anthropology, 1994).
20.
Un’affascinante analisi di questo mito e delle sue radici nella violenza della conquista coloniale è offerta dal lavoro di Mary Weismantel, Cholas and pishtacos: stories of race and sex in the Andes (University of Chicago Press, 2001).
21.
Alle economie del terrore si accompagnano spesso economie della penuria e della disuguaglianza, dentro cui si manifestano comportamenti ‘misteriosi’ e malattie la cui eziologia ancora oggi è sconosciuta. Nel contesto dell’Africa sub-sahariana, è quanto accade al cospetto della cosiddetta Nodding syndrome, i cui primi sintomi si manifestarono in Uganda alla fine degli anni ’90 durante i vent’anni di violento conflitto tra il governo e l’Esercito di resistenza del Signore (o LRA in lingua inglese: Lord’s Resistance Army). Dentro queste stesse economie e sulla lunga durata storica (che chiama in causa ancora oggi il periodo coloniale), si devono collocare anche le accuse di una stregoneria capitalistica, associata alla schiavitù nelle piantagioni e anche chiamata “della vendita”, come nel caso del kong in Camerun.
19.
Fra i testi che analizzano la tortura in chiave politica e psicologica, si suggeriscono queste letture: Henry Alleg, La question (Minuit, 1958), Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz (Bollati Boringhieri, 2011) e Patrick Kessel, Giovanni Pirelli, Le peuple algérien et la guerre : Lettres et témoignages (1954-1962)(L'Harmattan, 2003; l'edizione originale è del 1962, per l'edizione Maspero). Per un approccio in chiave psicoanalitica, è fondamentale la lettura dei lavori di Marcelo Viñar e Maren Ulricksen Viñar. Si ricorda anche l'intervista a Marcelo Viñar pubblicata nel 2019 su L’Autre (“La psychanalyse : un lieu de résistance”) e il testo di Simona Taliani, sempre nello stesso numero della rivista, dedicato a Marcelo Viñar (“La troisième rive du fleuve”).
18.
Joseph Pugliese, “Geocorpographies of Torture”, ACRAWSA, 2007.
17.
Era il 29 gennaio 2024 quando Hind, una bambina palestinese che di lì a poco avrebbe compiuto sei anni, rimase intrappolata nell’auto, dove viaggiava con gli zii e i cugini, sotto il fuoco serrato dell’esercito israeliano. In contatto telefonico con la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), implorò aiuto mentre era circondata dai familiari uccisi. Anche i paramedici che avevano ricevuto, dopo molte ore dalla richiesta, il lasciapassare per avvicinarsi alla vettura furono uccisi. I corpi di Hind, dei suoi familiari e di quel poco che rimase dei due paramedici (Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun) ‘fusi’ ai rottami dell’ambulanza furono ritrovati dopo 12 giorni, solo dopo il ritiro delle truppe occupanti israeliane. La regista Kaouther Ben Hania ha realizzato un’opera potente e straordinaria, La voce di Hind Rajab (2025), utilizzando le registrazioni dei dialoghi tra la bambina e gli operatori della Mezzaluna rossa, in quelle interminabili ore di terrore e speranza insieme.
16.
Andrea Smith, Conquest. Sexual Violence and American Indian Genocide (Duke University Press, 2015).
15.
Sul diverso valore delle vite umane e sulla possibilità stessa di vivere il lutto, si può leggere di Judith Butler Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza, (Postbooks, 2013).
14.
Riaffiora in queste retoriche anche il tema del diverso giudizio dato, ad esempio, alla violenza perpetrata dai coloni e a quella dei colonizzati. Su questo tema, sempre in L’anno V della rivoluzione algerina, Fanon scrive: “Il popolo europeo che tortura è un popolo decaduto, traditore della propria storia. Il popolo sottosviluppato che tortura assicura la propria natura, fa il proprio lavoro di popolo sottosviluppato. Il popolo sottosviluppato è costretto, se non vuole essere moralmente condannato dalle ‘nazioni occidentali’, a praticare il fair play, mentre il suo avversario si avventura, con la coscienza tranquilla, nella scoperta illimitata di nuovi mezzi di terrore”.
13.
Didier Fassin, Une étrange défaite. Sur le consentement à l’écrasement de Gaza (La Découverte, 2024). Il libro è stato tradotto in italiano col titolo Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza (Feltrinelli, 2026). Anche Achille Mbembe sottolinea questo aspetto in “Necropolitics” (Public Culture, 2003).
12.
Oggi qualche bottone di madreperla di abiti appartenuti a dissidenti e prigionieri politici, incrostato nei frammenti di rotaie in fondo al mare, testimonia gli assemblaggi di dolore e le rovine lasciate dalla storia cilena. Si veda a questo proposito il documentario di Patricio Guzmán, El botón de nácar (La memoria dell'acqua è il titolo in italiano). Guzmán in questo lavoro – il secondo di una trilogia che comprende Nostalgia de la luz (2010) e La cordillera de los sueños (2019) – denuncia anche la violenza genocidiaria che si è abbattuta sui Selk’nam, o Onas, nella Terra del Fuoco. Recentemente, il regista Felipe Gálvez Haberle ha realizzato il lungometraggio Los Colonos (2023) interamente dedicato allo sterminio di questo popolo: una delle pagine coloniali più brutali della storia sud-americana, quella di un genocidio ancora poco conosciuto, voluto dallo Stato cileno con la complicità di bande mercenarie, pagate in molti casi dai coloni stessi, per ‘ripulire’ (limpiar) la pampa.
11.
A ricordare l'episodio è Benoît Rey, citato da Pierre Vidal-Naquet in Les crimes de l’armée française. Algérie 1954-1962 (La Découverte, 2001)
10.
La traduzione italiana del testo è pubblicata da DeriveApprodi (Scritti politici, Volume II, 2007).
9.
Karima Lazali descrive il processo ne Le trauma colonial. Une enquête sur les effets psychiques et politiques contemporains de l'oppression coloniale en Algérie (La Découverte, 2018). Per la traduzione italiana, Asterte ne ha curato l’edizione nel 2022 con il titolo Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica della colonialità in Algeria. Karima Lazali ha curato nel glossario la voce Khal’a: frequente nei dialetti arabi del Maghreb, la parola deriva da un verbo che significa ‘sradicare’, ‘estrarre’. Il termine si riferisce a un concetto forte, spesso associato a un intenso spavento che provoca un disordine interiore e che può essere tradotto come ‘anima strappata’ o ‘cuore strappato’.
8.
La raccolta è stata tradotta da Giovanni Pirelli e intitolata Racconti di bambini d’Algeria (Einaudi, 1962).
7.
Lo ricorda Patrice Yengo in L'ordre de la transgression. La souveraineté à l'épreuve du temps global (Université de Pau, 2022).
6.
È d’altra parte in questi luoghi che si susseguono da anni una serie di morte violente di giovani immigrati, per la cui sorte tragica s’invoca spesso la nozione di suicidi di Stato, un termine utilizzato da Marco Sassano in riferimento alla tragica morte di Giuseppe Pinelli (Pinelli: un suicidio di stato, Marsilio, 1972), e che in seguito è stato ripreso per indicare i casi di morte sospetta o di suicidio di persone coinvolte in indagini, in regime di custodia cautelare o in stato di detenzione. L’espressione è stata sempre più spesso utilizzata in riferimento ai casi di suicidio occorsi nei centri di detenzione amministrativa che in Italia si chiamano ‘centri di permanenza per il rimpatrio’, CPR).
5.
È Aimé Césaire a ricordare, con il suo stile unico, che il terrore del nazismo che tanto aveva sorpreso i democratici in Occidente non era che un "contraccolpo" (choc en retour) di quanto era stato praticato nelle colonie, e che prima di esserne diventati vittime, questo terrore lo si era assolto, chiudendo gli occhi o legittimandolo quando si era rivolto contro paesi non europei. Del resto, la stessa indifferenza la si è già vista infinite volte, ogni qualvolta si è guardato altrove quando in Vietnam si “taglia una testa o si strappa un occhio”, ogni qual volta si accetta il supplizio di un malgascio, ogni qual volta... non si è fatto altro che instillare il veleno dell'odio razziale nelle vene dell’Europa (Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, a cura di Miguel Mellino, ombre corte, 2010).
4.
Questo testo appare in Ernesto de Martino, Storia e metastoria, a cura di Marcello Massenzio (Argo, 1995).
3.
Le riflessioni di Françaois Tosquelles sul delirio di fine del mondo sono sviluppate alla voce “collasso”.
2.
“Far tremare”: dal latino terreo, ossia 'muovere', 'agitare' (derivato a sua volta dal sanscrito tras-yati); ma anche 'far impallidire, atterrire', e ancora: far diventare del colore della terra.
1.
Il terrore è il nucleo più drammatico dell’esperienza del limite, quando l’inesorabilità del crollo e il venir meno di ogni mediazione simbolica paralizzano l’agire e si perde la fiducia nella persistenza delle cose. L’etimologia del termine1 suggerisce in questa esperienza la centralità del corpo: nell’abisso nel quale si precipita, le parole vengono meno e la voce sa di essere sentita solo dalla nostra carne. Lo stupor ne è una manifestazione caratteristica, ben traducendo il disgiungersi del biologico (il corpo) dallo psichico (il pensiero, la parola) e dal sociale (l’ordine di segni condivisi).

Il terrore è dunque il collasso del pensiero, l’arretrare dell’esistenza al di qua dell’agire, nel presentimento di una catastrofe che non si lascia pensare o rappresentare. Nel momento in cui viviamo il terrore, è come se il divenire conoscesse una paralisi: vertigine estrema di quell’incapacità di catturare l’evento, di conoscere l’esperienza nel momento in cui essa si realizza, ciò che Freud identifica come il carattere proprio dell’esperienza traumatica (oggi rubricata dalla psichiatria statunitense come Disturbo post traumatico da stress; PTSD ne è l’acronimo in inglese).

Dall’esperienza del terrore non si generano idee organizzate (come nelle idee deliranti di fine del mondo descritte da François Tosquelles e dalla psichiatria del secolo scorso)2. Il terrore è abdicazione, arresto dell’esperienza temporale. È qualcosa di analogo a quella disintegrazione del soggetto (quell’annientamento di sé) che Žižek chiama “afanisi” facendo riferimento all’uso che Lacan fa di una nozione introdotta, con una diversa accezione, da Ernest Jones. Conosciamo tutti questa esperienza, certo in forme meno drammatiche, per aver sperimentato da bambini quello che i medici chiamano pavor nocturnus. Ernesto de Martino aveva analizzato da una prospettiva particolare questa “paura del buio”, riconoscendola come caratteristica di chi occupa una posizione subalterna, di chi vive ai margini della storia.

Col calare delle tenebre, con la solitudine e il silenzio, la immediata concretezza del vivere nella storia si viene svuotando dei suoi contenuti reali, e tende a porsi la mera possibilità del rapporto presenza-mondo, onde il cosmo retrocede nel caos e accenna al nulla (…) Il passaggio dalla veglia al sonno, con la relativa attenuazione dei limiti fra presenza e mondo, accentua, come è ovvio, il rischio. Accade talora (ed è esperienza relativamente diffusa) che l’angoscia insorga al limite estremo di questo passaggio, quando si è quasi immersi nel sonno: ci si sveglia di soprassalto, senza una apparente ragione. L’ultimo barlume di coscienza si rifiuta di abbandonare il mondo della storia, e di colpo vi ritorna.3

Occorre tuttavia respingere la tentazione di una fenomenologia del terrore diamantina quanto sterile. Quella di cui abbiamo bisogno è una fenomenologia politica. A costo di evocare un archivio delle catastrofi, una “cataclismologia” (Nimuendajú), bisogna allora tentare di ancorare immagini ed esperienze di terrore a situazioni storiche precise che ne offrano, per quanto possibile, un’intelligibilità, un’articolazione politica. E il mondo coloniale e neocoloniale, nelle sue diverse espressioni, è il serbatoio per eccellenza di queste semantiche del terrore, suggerendo ad uno stesso tempo come le tecniche del terrore praticate nei paesi occidentali siano state e siano ancora spesso nient’altro che il “ritorno”4 di quelle un tempo praticate nelle colonie: dalla Namibia alla Germania, dall’Algeria alle banlieue delle metropoli europee, dall’Albania ai centri di detenzione amministrativa per migranti (CPR)5.

La storia di questo terrore ci obbliga a farne l’inventario, a ripercorrerne instancabili gli archivi là dove, spesso negli stessi luoghi, ancora si continua a farne l’esperienza. Agli inizi del ventesimo secolo, Roger Casement, il console irlandese già testimone degli orrori associati al lavoro forzato per l’estrazione della gomma nel Congo di re Leopoldo, avrebbe continuato a documentare e a denunciare gli orrori e il terrore praticati nella valle del Putumayo dalla Peruvian Amazon Company’s El Encanto ai danni degli indios:

Sono in possesso di prove documentali certe che mi autorizzano a fare le seguenti affermazioni sui risultati di questo sistema: i pacifici indiani del Putumayo sono forzati a lavorare giorno e notte nell’estrazione della gomma, senza la più minima remunerazione, fatta eccezione per la quantità di cibo strettamente necessaria a farli restare vivi; […] vengono derubati dei loro raccolti, delle loro donne e dei loro figli per soddisfare la voracità, la lascivia e l'avarizia di questa compagnia e dei suoi dipendenti, che vivono del loro cibo e violentano le loro donne; vengono venduti all'ingrosso e al dettaglio a Iquitos, a prezzi che vanno da 20 a 40 sterline ciascuno; vengono frustati in modo disumano fino a quando le loro ossa sono messe a nudo e grandi piaghe aperte ricoprono i loro corpi; non ricevono alcuna cura medica, ma vengono lasciati morire, divorati dai vermi, quando servono da cibo per i cani dei capi; vengono castrati e mutilati, e le loro orecchie, dita, braccia e gambe vengono tagliate; vengono torturati con il fuoco e l’acqua e legati e crocifissi a testa in giù; le loro case e i loro raccolti vengono bruciati e distrutti gratuitamente e per divertimento; vengono fatti a pezzi e smembrati con coltelli, asce e machete; i loro bambini vengono afferrati per i piedi e le loro teste sbattute contro alberi e muri fino a quando il loro cervello non schizza fuori; i loro anziani vengono uccisi quando non sono più in grado di lavorare per l’azienda; uomini, donne e bambini vengono uccisi a colpi di arma da fuoco per divertire i dipendenti o celebrare il sábado de gloria. Oppure, in alternativa, bruciati con il cherosene in modo che i dipendenti possano godersi la loro agonia disperata (è il 1912 quando il rapporto viene redatto).

Le immagini di Casement sono feroci e al contempo necessarie, là dove alludono a un problema decisivo e fanno emergere una domanda non meno fondamentale. Il problema può essere posto nei termini seguenti: il terrore non nasce da circostanze casuali, ma è somministrato all’interno di un “sistema”; il terrore non è caos, ma tecnica (“smembrati con coltelli, asce e machete”; gli anziani uccisi quando “non sono più in grado di lavorare per l'azienda”). E quando non è dichiarata una finalità esplicita (come nel caso di Haiti, dove alla fine del diciannovesimo secolo si pretendeva curare con l’amputazione delle dita dei piedi gli schiavi delle piantagioni ritenuti affetti da una malattia, drapetomania, solo perché si ostinavano a fuggire dai lavori forzati e da condizioni di vita disumane), il terrore ha allora come motivo sufficiente il godimento di coloro che lo somministrano: come nelle prigioni di Brazzaville, quando nel 1945, per festeggiare la vittoria contro il nazismo, i francesi fecero esplodere un candelotto di dinamite nell’ano di un prigioniero6). La domanda che sorge dal documento di Casement è pero anche questa: quali sono le conseguenze del terrore nella vita dei sopravvissuti? Questa domanda è stata al centro del lavoro di Frantz Fanon ne I dannati della terra, un autore che non ha smesso di interrogarsi in tutti i suoi scritti sugli effetti del terrore provocato dall’uomo in altri uomini e sul destino delle personalità “dislocate” dei colonizzati.

Descrivendo gli incontri con i bambini algerini sfuggiti all’inferno della guerra coloniale e incontrati nei centri di accoglienza dei campi profughi o lungo le frontiere, Fanon e i militanti del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) fanno una distinzione, sottolineando come nei bambini del secondo gruppo – quelli cioè che non avevano ancora trovato riparo in centri organizzati con programmi di aiuto pedagogico e psicologico – sia ben visibile la difficoltà a testimoniare e a ricordare. Gli autori aggiungono che in questo secondo caso, "protagonista o spettatore di un dramma senza fine", il bambino "seguita ad essere un fuggitivo, diffidente verso ogni estraneo, ostile o addirittura terrorizzato"7.
Le immagini di terrore delle violenze coloniali e le scene della guerra di liberazione dell’Algeria sono lontane, ma il loro lavoro psichico è tutt’altro che estinto8. Il terrore descritto in quel bambino, “diffidente verso ogni estraneo”, è lo stesso di quello descritto da Fanon con le parole di una giornalista svedese, Lilliestierna, che racconta lo sguardo allucinato di un bambino che è stato costretto ad assistere all’assassinio dei genitori, e che non cessa di ripetere di voler fare a pezzetti piccoli piccoli un soldato francese (ne parla Fanon alla fine degli anni ’50 in L’anno V della rivoluzione algerina9). È lo stesso terrore vissuto oggi dai bambini di Gaza e sopravvissuti ad un genocidio che si perpetua dal tempo della nakba.


Mabrouka, una bambina algerina di dieci anni incontrata lungo la frontiera con la Tunisia, raccontava così la sua esperienza ne I racconti dei bambini d’Algeria.

È tanto che sono partita da Métlata. Non so quanto… sono venuta da sola attraverso la montagna perché i francesi ammazzano con il fuoco. Mio cugino ha avuto il petto schiacciato. Mio padre è stato ucciso mentre diceva la preghiera. Quando sono scappata, ho perso mia madre, non l’ho vista, non so che cosa è di lei […] Eh … da noi i francesi hanno bruciato i nostri gourbi [abitazioni tradizionali, in paglia e fango], poi hanno strappato i nostri vestiti. Non ci rimaneva che quello che avevamo addosso. E ci colpivano con delle bombe. Ci rompevano il vasellame e le cassepanche. E noi scappavamo e anche gli aerei ci sparavano addosso. E mio fratello è caduto. È morto […] Fa freddo e le razioni non bastano. E poi si sentono ancora gli aerei della Francia, e poi non c’è niente per giocare, e il cannone, e i bambini piccoli che piangono sempre, c’è tutto questo.

Il racconto di Mabrouka è asciutto e fatto con la precisione di un bisturi. Dice il ricordo del terrore, la sua sintassi: esseri umani, animali, cose (gli abiti, il vasellame, le case), tutto è distrutto. Corpi schiacciati. Fame. Lacrime. Nelle sue parole il terrore rivela la propria legge: la certezza di una fine imminente, la perdita della fiducia ontologica nella persistenza del mondo. L’Algeria è un caso esemplare di colonialismo d’insediamento e del terrore che vi è stato praticato ricorrendo a tecniche e a saperi chiamati a frantumare ogni forma di resistenza, con ogni modo. La tortura, in particolare: “Non dimenticherò mai questo prigioniero di quindici anni, diventato pazzo a furia di sentir torturare i suoi fratelli. L’abbiamo trattato durante una crisi nervosa; la nostra uniforme lo terrorizzava. Non cessava di ripetere in arabo “Perché? Perché? Perché?”10.
Possiamo ben comprendere l’insistenza di quella domanda, anche se non è possibile trovare una risposta. La Francia ha utilizzato in Madagascar, in Indocina, poi in Algeria, tecniche di terrore note come i “voli della morte”: i prigionieri catturati e torturati venivano lanciati in mare da aerei ed elicotteri, spesso ancora vivi e con i piedi nel cemento perché non potessero riemergere. Questa tecnica è stata adottata qualche anno dopo dalle dittature degli anni Settanta (ma il metodo delle sparizioni forzate non conosce confini): nel Cile di Pinochet e nell’Argentina di Videla, dopo essere stati torturati e spesso drogati, i prigionieri venivano legati e lanciati vivi da aerei nell’oceano o nel deserto11.

La scelta di parlare qui soprattutto del terrore praticato da forze governative più che da parte di milizie o folli criminali è intenzionale perché le prime hanno spesso l’arroganza di praticare queste violenze in nome della sicurezza, della legge, e persino del diritto. Per questo motivo lasceremo sullo sfondo gli orrori delle violenze commesse in anni recenti in Algeria, in Liberia o Sierra Leone, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, e ci concentreremo soprattutto sulle forme di terrore politico realizzate dalle forze dello Stato e dai loro alleati.
Scrivendo recentemente sul silenzio e l’indifferenza nei confronti del genocidio dei palestinesi da parte di istituzioni e intellettuali, e soffermandosi sull’uso del termine “terrorismo”, Didier Fassin riprende il titolo dell’opera in cui Marc Bloch descriveva l’esperienza di un’Europa atterrita dal nazismo. Fassin ricorda come un tempo il termine 'terrore' avesse conosciuto una precisa identificazione con le pratiche di uno Stato, quello francese (è il periodo compreso fra il settembre 1793 e il luglio 1794, quando Robespierre sarà assassinato, e al quale seguiranno poi le diverse ondate del cosiddetto “Terrore Bianco”, ossia le violenze e le esecuzioni realizzate dai gruppi legati alla monarchia)12. Da allora in poi il termine derivato, quello di “terrorista”, sarebbe stato sempre più spesso utilizzato per definire gruppi e oppositori politici, anche quando lottavano contro il colonialismo e per l’indipendenza: i Mau Mau in Kenya, il FLN in Algeria o l’ANC che in Sudafrica lottava contro il regime di apartheid.13

Terrorismo semantico si potrebbe definire questa retorica che spesso prova a criminalizzare gli atti terroristici e a sottolineare il carattere mostruoso della sua violenza indiscriminata, mentre ad uno stesso tempo cerca di far passare l’assassinio di civili da parte delle potenze occupanti come un mero “effetto collaterale” (come è accaduto nelle guerre degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq)14 o, più cinicamente, come il prezzo “algoritmicamente” calcolato della necessaria lotta per eliminare i terroristi (come nel genocidio di Gaza). Si tratta al contrario di riconoscere il carattere strutturale, mirato e strategico di un tale dispositivo, che nel genocidio ha visto l’atto di nascita dei moderni stati-nazione, e nelle minoranze e nelle popolazioni indigene il bersaglio elettivo delle strategie del terrore. In merito alla storia degli Stati Uniti, Smith osserva che:

La guerra al ‘terrorismo’ è in realtà un attacco alla sovranità dei nativi americani, e il consolidamento dell’impero statunitense nel mondo si basa sul consolidamentoall’interno dei suoi confini. Per esempio, l’amministrazione Bush continua a utilizzare la guerra al terrorismo come scusa per sostenere politiche anti-immigrazione e la militarizzazione del confine tra Stati Uniti e Messico (...) In generale, il discorso liberale (e anche molti settori del discorso “radicale”) liquida queste contraddizioni come aberrazioni di ideali democratici altrimenti ammirevoli: la supremazia bianca, il genocidio e l’imperialismo sarebbero errori sfortunati, ma non rappresentano l’essenza degli Stati Uniti. Tuttavia la supremazia bianca, il colonialismo e lo sfruttamento economico sono indissolubilmente legati agli ideali democratici degli Stati Uniti piuttosto che essere semplici aberrazioni. La “libertà” garantita ad alcuni individui nella società è sempre stata basata sulla radicale mancanza di libertà di altri. In particolare, gli Stati Uniti non potrebbero esistere senza il genocidio delle popolazioni indigene. Altrimenti, i visitatori che arrivano in questo continente vivrebbero sotto forme di governo indigene piuttosto che sotto l’impero statunitense.15

L’anatomia politica del terrore non dice però mai abbastanza dell’esperienza delle vittime, e costituisce un’autentica sfida parlare da un lato delle tecniche del terrore, dei dispositivi politici dentro cui esso si riproduce, dall’altro dell’esperienza di chi soccombe o di chi è vi sopravvissuto, le cui voci rimangono disperse o inascoltate.

Quando il terrore invade ogni cono d’ombra, ogni ambito dell’esperienza, le vittime sono infatti sotto l’assedio di una solitudine assoluta: come nell’atroce vicenda di Hind Rajab, la bambina palestinese di pochi anni rimasta bloccata per ore in un’auto accanto ai corpi dei familiari uccisi, prima di essere uccisa a sua volta dai colpi di un carro dell’esercito israeliano. La registrazione della sua voce è il documento sonoro del terrore, e a mano a mano che cresce la consapevolezza di quanto è accaduto e di quanto sta per accadere dentro e intorno a lei, anche noi che ascoltiamo quei brandelli di voce diventiamo testimoni per sempre di quell’orrore, e dell’oscura legge che ne scandisce il ritmo.16
Il terrore è in definitiva una strategia di dominio e di annientamento sistematico, non la manifestazione occasionale di isolate perversioni, né l’aberrante sviluppo del dominio coloniale. La testimonianza dei sopravvissuti è allora la più elementare forma di resistenza contro il tentativo di estinguere ogni traccia, ogni suono. Nasce da questa resistenza l’impulso a trasformare la voce di una bambina (che sta per essere uccisa da un esercito) in archivio e traccia ostinata contro l’annientamento della vita. Perché il terrore non risparmia nessuno, nemmeno i morti, nemmeno la memoria (come ricorda Buyandelger relativamente alla violenza dello Stato Sovietico nei territori della Mongolia).
Sebbene sia impossibile circoscrivere le forme del terrore o ricondurle al monopolio di un solo regime politico, esso assume senza dubbio profili peculiari quando si fa espressione di un dispositivo quale quello dello stato-nazione bianco, coloniale e suprematista. L’analisi dei luoghi del terrore permette in questo caso di riconoscere concatenazioni particolari e coerenti. Le prigioni di Abu Ghraib sono esemplari di queste connessioni, là dove il terrore, la tortura e il razzismo che hanno caratterizzato il trattamento dei detenuti affondano le loro radici in un’oscura regione di violenze, il cui rivoltante continuum Joseph Pugliese mette in luce connettendo lo stupro militare ad Abu Ghraib con la storia di violenze sessuali commesse contro le donne amerindie nel momento in cui veniva alla luce il nuovo stato californiano.

In questo contesto, gli atti di violenza sessuale e tortura commessi ad Abu Ghraib devono essere considerati come una riproduzione, all'interno del più ampio contesto dell'impero, dei momenti fondamentali del dominio coloniale. Come documenta Antonia Castañeda nel suo saggio Sexual Violence in the Politics of Conquest relativo alla fondazione dello Stato della California, “la violenza sessuale e di altro tipo nei confronti delle donne amerindie in California può essere meglio compresa come violenza ideologicamente giustificata e istituzionalizzata in strutture e relazioni di conquista avviate nel XV secolo. In California come altrove, la violenza sessuale funzionava come un meccanismo istituzionalizzato per garantire la subordinazione e l'obbedienza. Era uno strumento di terrorismo sociopolitico e di controllo, prima delle donne e poi dell'intero gruppo sotto conquista”. Come sostengo di seguito, la violenza fondante di queste pratiche di colonialismo basate sulla supremazia bianca è proprio ciò che rimane, per parafrasare Castañeda, istituzionalizzato nelle strutture e nelle relazioni contemporanee della conquista imperiale in corso. Ad Abu Ghraib, lo stupro militare delle donne irachene rappresenta la riproduzione contemporanea di questa violenza coloniale come forma di terrorismo e controllo sociopolitico, proprio perché la portata di questa violenza sessuale è estesa fino a includere in maniera fallocentrica ed omofoba i corpi di uomini arabi presi di mira al di là del loro genere.17

Rimane da analizzare l’intreccio tra le tecniche del terrore, le loro conseguenze psichiche (paralizzare l’esistenza psichica delle vittime, instillare la sensazione di “essere agiti da”, secondo la formula di Ernesto de Martino), e lo scopo di lunga durata (annichilire ogni forma di resistenza, produrre rassegnazione, rendere docili). Non sorprende che coloro che sopravvivono al terrore politico sviluppano spesso autentiche forme di pensiero paranoico.
La tortura18 è una forma particolare di terrore, ma l’applicazione massiccia della detenzione amministrativa suggerisce il rischio di forme coercizione e di stati di terrore ormai ordinari. Nelle società contemporanee, l’angoscia dei soggetti razzializzati descritta da Fanon nel suo celebre articolo del 1951, L’expérience vécue du Noir, diventa l’esperienza ogni giorno rinnovata di chi, in base al racial profiling, vive ogni giorno nel terrore di essere identificato, arrestato ed espulso. Ma se il terrore è anche tecnica, come si è già detto, il suo metodo si articola necessariamente anche con una costellazione di strategie simboliche (o pseudo-simboliche). Nasce anche da questa perversa articolazione una parte importante della sua efficacia, così come la durata dei suoi effetti.

L’esempio delle forme di terrore praticate in Colombia sono a questo proposito particolarmente eloquenti. Nel tempo noto come “violencia”, i corpi dei nemici uccisi venivano smembrati e ricomposti a disegnare figure grottesche: le gambe e le braccia erano prima amputate e poi collocate in modo invertito. Ma non ci si accontenta di ridisegnare il corpo della vittima con una seconda, macabra anatomia. Spesso, come accaduto più di recente, si voleva lasciare un segno che ricordasse a tutti che chi aveva agito conosceva nel dettaglio le attività di chi era stato ucciso, ed ogni violenza era un messaggio a futura memoria: come nel “Massacro di Trujillo” e nell’assassinio di padre Tiberio Fernández Mafla. Queste strategie hanno generato un’economia del terrore19, e la paura è diventata in questi casi un “modo di vita”, secondo l’espressione proposta da Linda Green in riferimento al Guatemala20.

Se il terrore inferto non rinuncia ad utilizzare strategie simboliche, anche l’esperienza di chi incontra il terrore e di chi vi sopravvive si articolerà necessariamente dentro le reti simboliche caratteristiche del proprio contesto di vita, reti nelle quali è spesso rimasta impigliata la violenza della storia. In questo territorio di esperienze e di orrori, è possibile riconoscere risposte simboliche che tentano di governare il vortice in cui si è precipitati: la comparsa di nuovi spiriti, come nel caso degli spiriti Gamba, durante la guerra civile nel Gorongosa; o, sempre restando in Mozambico, per le epidemie di possessioni e trance scolari, negli scenari a noi contemporanei. E ancora: le memorie traumatiche del terrore e della violenza di genere perpetrata nell’epoca della conquista e del genocidio nelle regioni andine, testimoniate da figure del folclore come quella del pishtaco21; la complessa semantica dello spavento, dell’esperienza del terrore e della “crisi della presenza” che trovano espressione nella nozione andina di susto; ecc.). In queste rappresentazioni del terrore e nelle pratiche per contrastarlo va colto però sempre anche un processo di resistenza e di ricomposizione, una silenziosa necessità di memoria che fa persino dell’assenza, o di semplici resti, i suoi preziosi materiali.

Il terrore è in definitiva una atroce macchina di produzione di macerie, e Benjamin aveva colto bene il succedersi di cumuli di rovine dietro ciò che ci si accontenta spesso di definire solo come “eventi”. È fra le rovine che il sopravvissuto deve imparare a camminare, anche al rischio di essere assediato da immagini di terrore allorquando prova a trasfigurarle in spiriti e convulsioni (come in tante esperienze di possessione) o, nei casi più fortunati, in opere d’arte.

Quando si consideri l’esperienza di un tempo dominato dal genocidio del popolo palestinese, la nozione di “rovine” conosce un ulteriore significato che chiede di essere almeno evocato. In questo caso il termine “rovine” indica infatti quello che resta di un corpo, delle sue membra e dei suoi organi dispersi, degli indumenti sparpagliati dopo un’esplosione, e persino ciò che non rimane (le bombe termobariche utilizzate da Israele nel recente genocidio di Gaza hanno in molti casi dissolto le vittime, i cui corpi – circa tremila – non sono stati ritrovati). Saranno queste rovine a costituire gli archivi per eccellenza del terrore.

Shalhoub-Kevorkian ha ripreso recentemente il termine arabo ashlaa’ (che indica “parti di corpi sparsi”, “carne e ossa smembrate”)22 per riferirsi a quanto accade a Gaza, dove familiari e vicini raccolgono dopo le esplosioni questi frammenti provando a identificare i loro familiari e a dare ai loro corpi una sepoltura prima che siano divorati dagli animali o cancellati dai bulldozer: un fratello sarà riconosciuto dalle chiavi della sua auto, uno zio dal tubo della dialisi che stava praticando.
Sono immagini che abbiamo riconosciuto in altri luoghi, ma che a Gaza hanno acquisito una salienza particolare là dove indicano il carattere paradigmatico della storia della Palestina e delle forme di violenza coloniale che vi sono esercitate da decenni. E tuttavia, anche queste immagini di annientamento, di catastrofe e di terrore vedono, nei gesti di accanita premura descritti da Shalhoub-Kevorkian, la promessa di un atto di resistenza, di sumud23
A Gaza la vita è diventata la domanda su come si morirà, su quale luogo accoglierà i resti dei defunti, se questi saranno divorati dagli animali o schiacciati da un bulldozer. Questo è diventata la vita a Gaza. Come scrive una giovane dentista palestinese, Mariam Mohammed Al Khateeb, “Essere una buona madre nel resto del mondo significa nutrire i propri figli con cibo buono e tenerli al caldo, ma essere una buona madre a Gaza significa seppellire i propri figli interi”. Pensare il terrore, oggi, a partire da Gaza, significa però non solo definire il terrore, le sue nuove tecnologie, o repertoriare i suoi effetti, ma apprendere a resistervi, con metodo (anche in questo senso la Palestina è un paradigma: di oppressione come di resistenza).
Occorre riconoscere in questo nuovo e disperato “respiro di lotta” (respiration de combat lo definiva Frantz Fanon pensando all’Algeria coloniale) il senso di una resistenza che non cessa di rinnovarsi proprio quando più si fa apocalittica l’atmosfera della vita quotidiana. Le parole di Sarah Ihmoud24, scritte a commento del testo di Shalhoub-Kevorkian, dicono tutto ciò e aiutano a immaginare diversamente l’esperienza del terrore. Sfidando il senso ordinario dell’umano, sottraendosi a ogni scontata interpretazione o definizione, il terrore impone oggi all’etnografia, così come a queste madri e queste sorelle, nuove Antigoni del nostro tempo, quanto meno di esserne testimoni.

Raccogliere le parti smembrate del corpo palestinese morto può essere inteso come un radicale atto di amore e di cura, di creazione di vita e maternità alla fine del mondo? (…) La penna dell'etnografo può essere messa al lavoro insieme al bambino che raccoglie ashlaa', pezzi della nostra carne e delle nostre ossa smembrate, da sotto le macerie? (…) Questo mondo deve finire, e coloro che sopravvivono devono aiutare a portare avanti la storia. Contro l'impossibilità del linguaggio di narrare l'orrore continuo che si prova visceralmente in ogni video in cui si vede un corpo giovane bruciato o fatto a pezzi, la carne di un bambino senza testa mostrata alle telecamere, una madre che bacia i piedi dei suoi figli morti, l'ashlaa’ come metodologia femminista critica pone al centro l'imperativo di testimoniare e raccogliere i pezzi della nostra storia palestinese in corso come parte del compito della nostra sopravvivenza.

Roberto Beneduce
C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infinito. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.
Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta.

Walter Benjamin
Tesi di filosofia della storia
Che cosa
hanno visto
i loro occhi?
terrore

حالة الخَلْعَة


تزخرُ اللّغةُ العربيةُ بألفاظٍ عديدة تعبّر عن الخوفِ الشّديد الذي يتسلّل إلى الأجساد والعقول حتى يكاد يُفجِّرها من الدّاخل.


ونختارُ كلمة الخَلْعَة، وهي لفظةٌ شائعة في الاستعمال الدّارج، لا تُستعمَل هنا بوصفها مصطلحاً علميّاً مضبوطاً، بل باعتبارها تعبيراً أنثروبولوجيّاً كاشفًا حالة الخوف كما يُعاش في التّجربة الشّخصيّة ويُعاد تشكيلهُ داخل الأفقِ الجماعي. إذ تُستعمَل لفظة الخلعة لوصف الحالة التي يشعرُ فيها الإنسانُ بانهيارٍ وتحطّمٍ داخليٍّ شَامل، يتركه متخبّطاً بين الحياة والموت. هذا الإحساسُ القاسي يَبرزُ في سياقاتِ الحروبِ المرعبةِ والبشعة، تلكَ التي تُفرِغُ النّفوسَ، وتتركها في خَلاءٍ مُوحشٍ لا تملَؤه إلا خلعة داخِليةٌ دائِمة.


ومن المعاني اللّغوية للخَلْعَة نزعُ الشّيء عن موضعه، كخلعِ الثّيابِ عنِ الجَسدَ. وهذا المعنى يُحيلُ إلى أنَّ الشّعور بالخَلْعَة يرتبطُ بانتزاعِ النّفسِ من غلافها الجسدي، وكأنَّ الكيانَ الإنسانيَّ يُقتلعُ من ذاته. والخَلْعَة حالةٌ مُهلِكةٌ، ويتجلّى ذلك في استمرارها في الأنفاسِ وفي الوجدانِ زمنًا طويلًا، حتى بعد انقضاءِ الحروبِ وانطفاءِ أصواتِها.


إنها إحساسٌ داخليٌّ عنيف، يتعذّرُ التّعبير عنه بالكلمات، ويتجاوزُ حدودَ الفكر والخيال، غير أنّه يظلُّ وثيقَ الصّلةِ بالرّعبِ الجماعي، كما يحدثُ في الحروبِ، ولا سيما حين يتحوّلُ اختفاءُ الأجسادِ ومحوها إلى سِلاحٍ من أسلحةِ الحربِ، وأداةٍ لتحطيمِ الدّاخلِ الإنسانيّ والسّيطرةِ عليه. عندئذٍ تغدو الخَلْعَة ذاكرةً تاريخيةً جماعيةً لِما أصابَ الجميعَ، تُعيقُ فعلَ النّسيان، وتمحو الفواصلّ بين الفرد الجماعة ، ليصبحَ الكلُّ خاضعًا لِسُلطةِ الرّعب.


فالخَلْعَة هي اللّفظة الأقدر على التّعبير عن الذّات المأسورة، تلك التي تُنتَزَعُ منها حيويتها، وتُتْرَكُ النّفسُ بعدها مُجمَّدةً، »مُجثّمة«، كأنّها اختُطفت إلى عَالمٍ شبحيٍّ غامضٍ. عالمٍ اقتحمتهُ مشاهدُ الموتِ والعذابِ واختفاءِ الأحياءِ، فامتصَّ النّفسَ الدّاخليّةَ وخَلَعَها من ذاتها، لتبقى مُعلّقةً في حَالةِ تَذبذبٍ بين شَبحٍ مَفقودِ الجَسد، وجُثمانٍ مفقودِ الرّوح.

È uno stato psichico che non rientra né nella paura né nell’angoscia, pur essendo affine a questo registro di affetti. Il terrore si scatena quando eventi storici e politici vissuti collettivamente si incrostano nella psiche dei singoli soggetti. Il terrore è atmosferico (Frantz Fanon), a differenza del trauma che è legato all’evento.

Il soggetto in preda al terrore è come un sonnambulo. Qualcosa si è aperto in lui che gli impedisce di dormire. Sopravvive in uno stato di estrema vigilanza. Tutti i suoi sensi sono all’erta, in particolare l’udito. Vive in un mondo spettrale dove è convinto di non poter sfuggire alla sua morte imminente. È convinto che la morte che lo circonda sia già dentro di lui e che abbia prosciugato le sue forze vitali. Diventa così il fantasma di un sé scomparso. Questo stato psichico fa crollare i confini tra lo psichico e il sociale, tra l’interno e l’esterno. Ecco perché i momenti di terrore politico (guerre, conflitti, massacri, catastrofi collettive) sono particolarmente propizi alla creazione di questo stato di terrore interno. L’insopportabile atmosfera di morte, di scomparsa e di attesa della propria morte vissuta come inevitabile è molto più importante dell’evento storico. A differenza del trauma, il terrore è tanto interiore quanto esteriore, tanto psichico quanto politico, e infine tanto singolare quanto collettivo.

Karima Lazali