GLOSSARIO

Anoressia mentale

COLLASSO COLLERA

L’anoressia (con i suoi sintomi maggiori: il rifiuto di mantenere un peso corporeo vicino a quello considerato congruo per l’età e l’altezza; la costante paura di veder accresciuto il proprio peso; la presenza di gravi disturbi del vissuto corporeo e della percezione di sé prossimi alla dismorfofobia; amenorrea; ecc.) è stata descritta già nel diciannovesimo secolo da Lasègue, come “anoressia isterica”, poi da Gull (l’anno dopo, nel 1874).

È il disturbo mentale con il maggiore rischio di letalità. La bulimia (caratterizzata dall’ingestione smisurata e discontinua di cibo in quantità superiore a quanto è consumato mediamente nella stessa epoca dalla maggior parte della popolazione, dalla perdita di controllo dell’alimentazione, da un sentimento di autosvalutazione e vissuti depressivi, da comportamenti compensatori inappropriati – come il vomito autoindotto, l’uso di lassativi e diuretici, periodi di digiuno ecc.) ha una storia assai più recente. Albert Stunkard aveva descritto questo disturbo negli anni Cinquanta individuando il tratto specifico nell’abitudine di alimentarsi di notte – spesso sotto forma di “abbuffate” – e nello sviluppo dell’obesità (una nozione quest’ultima che non viene inclusa come tale fra i disturbi dell’alimentazione); negli anni Settanta del secolo scorso il termine di bulimia fa la sua comparsa con i lavori di Gerald Russell, che la definisce come una “inquietante variante dell’anoressia nervosa”. Il primo autore ad aver attratto l’attenzione è forse Ludwig Binswanger, che ne parla in riferimento al celebre caso di Ellen West. Alcuni lavori hanno sostenuto che la disponibilità di cibo rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente perché un disturbo come la bulimia possa svilupparsi.

Anoressia nervosa e bulimia nervosa sono state incluse all’interno dei disturbi della condotta alimentare, i “Feeding and Eating Disorders (329)” descritti dal manuale diagnostico della American Psychiatric Association (2015) insieme ad altri disturbi come il picacismo, il disturbo evitante/selettivo dell’assunzione di cibo, il disturbo da rigurgito di sostanze ingerite, ma diversi autori considerano criticamente l’inclusione di disturbi così eterogenei nel significato, nell’interpretazione o nell’evoluzione all’interno di una stessa categoria diagnostica, per altro senza considerare la ben diversa distribuzione nel mondo. Quale che sia la prospettiva adottata, è facile riconoscere quanto i discorsi clinici intorno all’anoressia o alla bulimia abbiano spesso superficialmente considerato le caratteristiche di razza e di classe delle pazienti (la prevalenza femminile è un dato condiviso, nel caso dell’anoressia), accontentandosi di assumere come validi i criteri diagnostici occidentali. La maggior parte delle scale di valutazione utilizzate a questo proposito dalla psichiatria statunitense – la Appearance Orientation Scale, Eating Disorder Examination-Questionnaire, la Body Esteem Scale – si concentrano ad esempio sulle preoccupazioni relative alla forma, al peso, al corpo ideale o al bisogno di autocontrollo caratteristiche delle donne e delle ragazze bianche della classe media, per le quali l’esperienza di uno svantaggio sociale origina essenzialmente da differenze di potere basate sul genere, ma non si preoccupano di misurare l’adeguatezza di questi stessi modelli (estetici, di successo, di femminilità e di mascolinità, ecc.) in altri gruppi sociali e in altre culture. Sebbene alcuni studi sostengono che la “tirannia della magrezza” (o “la cultura della magrezza”) colpisca indifferentemente donne e ragazze qualunque sia la provenienza e l’appartenenza (a una classe o a un gruppo razzializzato e/o privilegiato), il riferimento implicito della diagnosi di anoressia nervosa è generalmente ai contemporanei ideali di bellezza femminile quali sono stati fissati dagli standard occidentali (ed eterosessuali) della classe media e bianca.

Raymond Prince aveva proposto questa interpretazione nel 1985, affiancando l’analisi dell’anoressia nervosa a quella della brain fag sindrome, per la prima volta utilizzando il concetto di cultural bound syndrome in rapporto ad una condizione clinica descritta dalla psichiatria occidentale. Prince aveva buoni motivi per sostenere questa ipotesi, considerata l’incidenza assai più elevata di questo grave disturbo nelle nostre società (la presenza di siti internet che rivelano la presenza di un vero e proprio “sapere” sul come perseguire strategie per diventare e conservarsi anoressici confermerebbe questa ipotesi). Il celebre studio di Selvini-Palazzoli del 1963 aveva da parte sua già offerto elementi che sostenevano l’ipotesi di Prince, evidenziando in particolare il rapporto fra sviluppo dell’anoressia e conflitti della relazione madre-figlia nella famiglia occidentale. Altri lavori, ispirati da una prospettiva storica e comparativa, avrebbero messo in luce la prossimità fra il corpo anoressico e l’ideale ascetico perseguito da non poche mistiche nei secoli passati: un corpo disincarnato, che rifuggendo dal modello idealizzato della femminilità e della maternità, afferma da un lato la sua forza paradossale, “per sottrazione”, mentre dall’altro si allontana dai modelli egemonici del femminile e si approssima all’esperienza del sacro (separato, dunque, come vuole l’etimologia), perseguendo la ricerca spasmodica di una purezza sempre minacciata (i giudizi negativi sulla presunta natura contaminante e impura del cibo, espressi da non poche anoressiche, proverebbero questa prossimità fra i due campi di esperienza).

Quale che sia il tratto ritenuto più significativo, ciò che il comportamento anoressico sembra voler preservare è una sorta di perfezione atemporale, che sembra sfidare (e nel medesimo tempo paradossalmente negare) il rischio di morte, eventualità tutt’altro che rara nei casi gravi di anoressia nervosa. Che i modelli di magrezza siano oggi particolarmente valorizzati nell’estetica contemporanea è inoppugnabile, e ciò avvalorerebbe l’ipotesi di Prince. D’altronde la “colpevolizzazione” dell’obesità nella società contemporanea sembra confermare l’implicita valorizzazione culturale del suo opposto (non ci sono ad esempio analoghi discorsi sulla magrezza eccessiva). Tuttavia, alcune ricerche recenti (quelle di Pamela Keel e Kelly Klump, ad esempio) mettono in dubbio l’ipotesi di Prince: se la bulimia avesse i tratti tipici di una culture bound syndrome, questi sarebbero decisamente incerti nell’anoressia nervosa, che ha conosciuto per altro poche fluttuazioni epidemiologiche significative in questi anni. Nelle isole Fiji è stato osservato che dopo l’introduzione della televisione si è avuto, in un solo mese, l'aumento del 7% circa dei comportamenti di abuso alimentare, poi diminuito successivamente ma in modo non significativo. Sullo statuto di culture bound sindrome dell’anoressia mentale (un disturbo caratteristico delle società occidentali) o della bulimia il dibattito rimane dunque controverso (Peltzer aveva descritto alcuni anni fa un caratteristico caso di bulimia in una donna del Kenya), ed esso è diventato ancor più incerto dopo la messa in discussione radicale della legittimità epistemologica e clinica della nozione stessa di culture bound syndrome.

Le rassegne di Helen Gremillon (2003) mostrano i risultati contraddittori di queste ricerche quanto alla prevalenza dell’anoressia nella società nordamericana, e indicano una prevalenza dei disturbi alimentari tra le donne di colore e latine superiore a quanto finora riconosciuto (i sintomi dell'anoressia possono essere diversi in individui appartenenti a gruppi sociali diversi, e potrebbero esserci manifestazioni cliniche meno frequentemente riconosciute dell'anoressia nei gruppi sociali non bianchi o emarginati). Contesta inoltre il “potere razzializzato e di classe della ‘competenza’ clinica” che spesso finisce con il crescere l'esclusione dei soggetti emarginati tanto dalla diagnosi quanto dal trattamento, ricordando come i discorsi medici sui disturbi alimentari sono essi stessi prodotti culturali che riflettono particolari valori e norme sul corpo, il genere e la personalità. Nella sua analisi sulle caratteristiche razziali e classiste della diagnosi, Gremillon (muovendo dalle analisi di Foucault e Butler) mette a fuoco un altro aspetto importante: la resistenza ai trattamenti terapeutici (e l’anoressia è una delle condizioni in cui più forte e più frequentemente si manifesta tale resistenza) diventa essa stessa parte del quadro clinico e passaggio cruciale nella definizione di pazienti tipici e atipici, secondo una gerarchia che partecipa anch’essa alla costruzione di una alterità più o meno radicale.

All’interno di tale dibattito è tuttavia oggetto di contestazione l’inclusione, in uno stesso gruppo, di comportamenti e disturbi che rinviano a traiettorie storiche, economiche, culturali e sociali quanto mai eterogenee. L’esempio del disturbo definito “pica” è a questo proposito esemplare. Collignon ricorda l’origine del termine, introdotto da un chirurgo francese, Ambroise Paré, nel sedicesimo secolo, ispirandosi alla gazza (nome scientifico: pica pica), per il suo comportamento alimentare inusuale. I termini nel corso del tempo e in lingue diverse sono stati di volta in volta individuati definiscono aspetti particolare della pica, come nel caso della “geofagia”, pratica alimentare denominata in passato anche “malacia” (debolezza), “citta” (dal termine greco che indica sia il desiderio, il capriccio tipico delle donne in stato di gravidanza, sia l’edera che aderisce a ogni cosa che incontra), “manger la terre”, “dirt eating” (quest’ultimo con una evidente connotazione dispregiativa) e la più celebre cachexia africana. La mappa di queste formulazioni, che hanno nel medico sefardita Amato Lusitano (1511-1568) fra i primi e più accurati autori, è di per sé un autentico archivio di saperi, pratiche, rappresentazioni, circostanze storiche. Ma la geofagia ha spesso caratteristiche di consuetudine (frequentemente descritta in Africa e nelle culture afroamericana e centro-sud-americana) più che di sintomo. Fra i Serer del Senegal, Henry Collomb, Morton Beiser ed altri autori avevano descritto nel 1974 la complessità della sindrome puubuq lanq (a puq lang: “mangiare della terra”), comportamento caratterizzato dall’ingestione compulsiva di terra proveniente da un termitaio, dalle mura in banco delle case, o di sabbia umida di urina. L’analisi degli autori non forniva un’interpretazione univoca, e di fatto riconduceva tale comportamento a una seria di possibilità causali e di circostanze (carenza di ferro, gravidanza, periodi di carestia), a una risposta sociale ambivalente (tolleranza, stigmatizzazione, cura). Gli autori non mancavano di ricordare la sua frequenza tra gli schiavi nelle piantagioni del Nord-America, dove era considerata una malattia tipica della “razza negra”, pericolosa, che in qualche caso poteva condurre alla morte. Le cure (descritte da medici come Cragin e Carpentier nella prima metà del secolo diciannovesimo) prevedevano la contenzione e l’uso di una odiosa maschera di ferro per impedire l’ingestione di terra, e se ammettevano nell’ostinato consumo di terra la possibilità di un lento suicidio, non riconducevano quest’ultimo al contesto di violenza e di assoggettamento criminale e perverso quale quello della schiavitù.

Gli aspetti legati alla carenza di alcuni minerali (ciò che spingerebbe inconsapevolmente a nutrirsi di argilla o di terra sulla base di una sorta di “saggezza del corpo”), e soprattutto quelli culturali e religiosi del consumo di argilla (descritti in India, fra i Zapotechi del Messico, o ancora in Guatemala) aggiungono a tale comportamento ulteriori profili che, confermando la complessità, indicano soprattutto l’impossibilità di includere in un’unica etichetta o classe diagnostica fatti così diversi. Infine, la geofagia si accompagna spesso a intossicazione da Sali di piombo per ragioni particolari, messe in evidenza dagli accurati studi di Blondin, Delour, Epelboin, Jesu, Rabain-Jamin nell’Europa contemporanea fra gli immigrati e coloro che abitano case povere e prive di manutenzione, al cui interno erano stati usati materiali, poi vietati, per dipingere le pareti o le tettoie. Il deterioramento dei muri e la perdita di scaglie di pittura avevano di fatto reso disponibili frammenti contenenti piombo, successivamente ingeriti dai bambini (che assorbivano i sali di piombo per via orale, prelevando frammenti di intonaco caduto a terra sotto forma di polveri o grattando i muri) o dalle donne durante la gravidanza (che riproducevano pratiche culturali rivolte a fortificare il proprio corpo ma trasmettevano poi il piombo o per via ematica al feto o attraverso il latte ai neonati). La povertà dei contesti abitativi, e in qualche caso pratiche culturali, spiegavano così la frequente insorgenza di intossicazione da piombo descritta in gruppi svantaggiati nella Francia negli anni Settanta.