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Queste linee, queste autrici e questi autori hanno costituito le premesse della nostra ricerca, orientandoci nell’analisi dei nuovi archivi della sofferenza e lungo le linee di resistenza di chi non è stato, malgrado tutto, vinto dalla tragedia.
L’etnografia nata dalle sensibilità e dagli interessi appena evocati è stata in grado di sviluppare una nuova metodologia di ricerca, di cogliere i ricordi delle culture spossessate e la dolorosa esperienza dell’esclusione, di registrare i documenti acustici e visivi di saperi in via di scomparsa ma anche di memorie individuali a lungo occultate e dimenticate (come nel caso degli archivi sonori raccolti da
Maria Pia Bruzzone nell’ex-ospedale psichiatrico di Arezzo). Registrando i canti di protesta dei braccianti, i lamenti dei contadini, le ninne nanne delle madri povere del Sud Italia, è stato possibile immaginare un approccio radicalmente diverso al “soggetto etnografico” e sono state gettate le basi per una
antropologia decoloniale.Questo nuovo approccio è sintetizzato dalla consapevolezza espressa da
Ernesto de Martino sul ruolo politico dell’intellettuale di fronte alla povertà dell’Italia meridionale. Analogamente a de Martino,
Frantz Fanon, figura pionieristica della decostruzione e dell’epistemologia decoloniale, ha saputo analizzare le dimensioni del razzismo, della violenza epistemica e dell’alienazione, criticando la presunta “oggettività” nella metodologia delle scienze sociali e rovesciando le pretese scientifiche della psichiatria coloniale. Oltre a questo, sia de Martino che Fanon indagano l’esperienza della “
fine del mondo”, la crisi radicale, cioè l’apocalisse psicopatologica, culturale e politica.
più che di anamnesi sarebbe legittimo parlare di atti di “amnesia”.
Se guardiamo più vicino a noi, il progetto di esplorare gli
archivi psichiatrici, partendo dal punto di crisi del paradigma introdotto dall’esperimento di
Franco Basaglia, suggerisce un’ulteriore azione: concepire l’archivio come un territorio in cui diventa possibile
rompere la narrazione o
la rappresentazione dominante della follia (e più in generale dei gruppi subalterni) e far risorgere altri linguaggi e tracce, conoscenze e pratiche soggiogate. In questo senso, gli archivi possono, a certe condizioni, riuscire a travalicare i confini nazionali e temporali facendosi leva di cambiamento e di coscienza storica. È il caso delle istituzioni psichiatriche come quelle degli ospedali di Collegno e Grugliasco: dove i documenti delle violenze esercitate sui pazienti (quelle realizzate ad esempio dal dottor
Giorgio Coda ai danni dei bambini ricoverati a
Villa Azzurra), il dolore e le umiliazioni di questi ultimi, avrebbero innescato un mutamento decisivo nella percezione delle istituzioni manicomiali, mostrando la complicità di quelle cartelle cliniche che pretendevano condensare in qualche riga la vita e le esperienze dei pazienti.
Questa è una prassi che caratterizza il funzionamento di tutti gli Stati autoritari (come l’Unione Sovietica, ad esempio, che ha cercato di “sterminare” il passato delle società mongole), e forse dello Stato-nazione stesso. È il caso dello Stato postcoloniale del Mozambico, che ha cercato invano di cancellare le conoscenze dei guaritori e le pratiche terapeutiche locali, definendole come una mera forma di oscurantismo.
Qui la ricerca incontra uno dei suoi oggetti più importanti. Lavorare con gli “archivi come soggetti” significa non solo recuperare un passato messo a tacere, ma anche riconoscere una violenza spesso diretta “contro il passato”.
* Mal d'Archive: une impression freudienne - Les désastres qui marquent cette fin de millénaire, ce sont aussi des archives du mal: dissimulées ou détruites, interdites, détournées, “refoulées”. Leur traitement est à la fois massif et raffiné au cours de guerres civiles ou internationales, de manipulations privées ou secrètes. On ne renonce jamais, c’est l’inconscient même, à s’approprier un pouvoir sur le document, sur sa détention, sa rétention ou son interprétation
* Along the Archival Grain: Epistemic Anxieties and Colonial Common Sense
Le Goût de l'archive
Il s'agit d'écrire depuis ce qui résiste, est demeuré trace malgré un long oubli et vaut d'être exposé
Se tutte le società cercano di documentare, conservare, preservare e imporre un’immagine specifica di sé alle generazioni future, allora sono la scelta dei materiali, le rovine su cui sono costruiti e le voci smorzate di coloro che devono essere dimenticati o esclusi a costituire la questione cruciale degli archivi. Gli archivi coloniali, psichiatrici o giudiziari sono espressioni esemplari di questo immenso "lavoro di archiviazione" volto a ricordare e allo stesso tempo a nascondere "un’affascinante combinazione di ciò che nega e di ciò che vuole a tutti i costi sentire" (è Arlette Farge a ricordarlo in Il piacere dell’archivio).
Ammettendo l’incompletezza ontologica degli archivi (“Archivez, archivez, il en restera toujours quelque chose!”), la nostra ricerca è particolarmente interessata a indagare ciò che gli archivi dicono nonostante se stessi. L’etnografia diventa pertanto un metodo complementare, anzi necessario, per “redimere” il lavoro classico sugli archivi. In questo senso, il progetto aderisce pienamente alla proposta di Ann Stoler, che suggerisce un passaggio “dall’estrazione all’etnografia” negli archivi coloniali e di altro tipo: un “passaggio dall’archivio come fonte all’archivio come soggetto”.
Antropologhe e antropologi sanno che gli archivi non limitano il loro ruolo alla conservazione di testi, memorie o documenti privati e pubblici: sono allo stesso tempo uno spazio di lotta per imporre un significato particolare alle cose e agli eventi. Il lavoro di archiviazione di fronte a un testo che è presente, ma che spesso si riferisce a qualcosa o qualcuno che è assente, indugia su questa tensione. Gli sforzi compiuti per nascondere o cancellare alcuni materiali sono talvolta ancora più rivelatori di ciò che l’archivio contiene: la strana compulsione a registrare il negativo, l’orrore; e poi cercare di nasconderlo per farci dimenticare. Quando si fa riferimento al caso degli scritti dei “malati di mente” e dei “detenuti”, il lavoro di archiviazione rivela un vero e proprio “contro-archivio”, in grado di conservare malgrado tutto parole e ricordi repressi all’interno delle istituzioni totali. In questo senso, i materiali di cui il progetto intende occuparsi (racconti di violenza istituzionale, abusi e pratiche disumane da parte della medicina e della psichiatria, contaminazione degli ambienti da parte delle industrie e altro ancora) definiscono un altro capitolo di quegli “archivi del male” sui quali Jacques Derrida ha attratto il nostro sguardo.
“Archivio” è un concetto carico di implicazioni politiche, storiche ed epistemologiche. L’archivio è “innanzitutto la legge di ciò che può essere detto,
il sistema che governa la comparsa delle dichiarazioni come eventi unici”
Michel Foucault
“L'archeologia del sapere”