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L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale è stato curato da Simona Taliani (Università di Napoli L’Orientale) e da Roberto Beneduce (Università di Torino), con il contributo di:
L’Atlas di Etnopsichiatria critica e radicale in cui state navigando è stato creato grazie al finanziamento UE – NextGenerationEU PRIN 2022 PNRR (M4C2) del Progetto coordinato da Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) dal titolo “S.E.L.F. - Stories of Exclusion and Living Freedom. Archives of sorrow and ethnographies of hidden subversion in mental health institutions: exploring the intersectionality of subalternities”.

S.E.L.F. ha coinvolto tre unità di ricerca (Università di Torino, Università di Firenze, Università di Perugia), coordinatesi per esplorare le traiettorie degli ultimi e comprendere i modi in cui si producono pratiche di nominazione e classificazione della loro sofferenza, di categorizzazione delle forme di umanità e soggettività riproducentisi “ai margini” (della società, della storia).
La ricerca ha voluto scrutare più in particolare anche i modi in cui queste soggettività interagiscono producendo vite infami, abitando territori disturbati, lottando contro i confini (semantici, politici, diagnostici, giuridici) che si vuole loro imporre. Ed esplorare, negli archivi viventi della sofferenza, ciò che resiste e sopravvive nelle manciate di tempo che restano agli ultimi (in senso demartiniano).

Il progetto integra approcci etnografici e storici al fine di esaminare le diverse questioni relative alla violenza culturale, strutturale e istituzionale, i profili dei nuovi subalterni e le diverse strategie di resistenza che emergono all’interno dello Stato-nazione contemporaneo. Indagare le forme intersezionali di resistenza, mappare quali sono i margini e come vengono costruiti oggi, sono gli aspetti centrali della nostra proposta di ricerca.


Responsabile del progetto: Roberto Beneduce
Settore scientifico disciplinare: S-DEA-01/A
Data di inizio e di fine progetto: 30/11/2023 - 28/02/2026
Ente finanziatore: MUR e Unione europea NextGenerationEU
Capofila: Università di Torino
Università Partner:
Università di Firenze (Francesco Zanotelli)
Università di Perugia (Massimiliano Minelli)


L’Atlas è stato realizzato dall’Associazione Frantz Fanon, in collaborazione con l’Università di Torino e “Illas Saperi in divenire srls”. Le tavole prodotte da Giulia Cavallo, antropologa e disegnatrice, sono state realizzate grazie a un incarico di collaborazione reso possibile dal contributo del MAECI alla Missione etnologica italiana in Africa subsahariana.

Hanno lavorato alla sua realizzazione:

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Un tale percorso intende muovere i suoi passi a partire da cinque categorie dell’esperienza, le cui radici si proiettano dal sociale verso altri livelli dell’esistenza, come liane. Queste cinque categorie sono “collasso”, “collera”, “disastro”, “miseria” e “terrore”.

L’Atlas propone alcuni dei temi che continuano a interrogare la ricerca storica, antropologica, sociale e clinica, senza alcuna presunzione di esaurire gli argomenti, le pratiche, le vicende evocate. Nessun contenuto sarà risparmiato dalla messa in discussione del suo statuto epistemologico: parlare della sofferenza e di come è stata definita o trattata significa rivoltare i saperi che a vario titolo se ne occupano, soprattutto là dove le epistemologie sulle quali riposano sono violente, opprimenti o complici con le forme del dominio.

Vogliamo suggerire un confronto costante con i saperi e i temi di volta in volta evocati, un corpo-a-corpo che si ripeta ogni qualvolta ci si trovi di fronte a una immagine, un diario, una cartella clinica. E allo stesso tempo vogliamo far emergere, senza alcuna pretesa di soluzione, la tensione tra conservazione, ripetizione e trasmissione che si avverte, inevitabile, al cospetto di certe scene ogni volta che si tenti di rianimarle.
Perché un Atlas non rischi di configurarsi come un’opera con pretesa di totalità su un oggetto epistemologico definito (l’etnopsichiatria critica e radicale, in questo caso) e finisca per essere solo un altro strumento di classificazione delle forme di sofferenza e dei diversi saperi sulla cura, sono necessarie alcune premesse.

L’Atlas qui disegnato è stato immaginato perché ciascun fruitore possa costruire mappe provvisorie e parziali, secondo scale che permettono di unire liberamente i ‘nomi’ della crisi ai ‘luoghi’ e alle ‘storie’ che da essa si generano, tra sofferenza e resistenza.
PSICHIATRIA
ETNO
ATLAS
Clicca sulla foto per l'approfondimento su Archivi
Archivio dell'ex Manicomio di Racconigi (CN)
foto: Samuele Silva
Era il 1923 e Warburg si trovava nella casa di cura di Kreuzlingen dopo una delle tante crisi nervose: per dimostrare la sua guarigione, Warburg tenne davanti a medici e pazienti una relazione che, arricchita dalle foto da lui stesso fatte durante un viaggio-studio tra gli indiani Pueblo, partiva dalla simbologia e dai ritualismi legati al serpente nella riserva e andava a risalire alle origini del paganesimo e della magia tutta. […]
Il giudizio che Warburg in ultimo dava alla conferenza nei suoi appunti privati era senza appello: «Si tratta della confessione di uno schizoide (incurabile), consegnata agli archivi dei medici dell’anima». […]
In realtà Il rituale del serpente ci consente di vedere in azione tutta la potenza della mente di Warburg nel passare dal micrologico all’universale, dal singolo rito di un popolo a una grandiosa e immaginifica recollection del paganesimo
Cantisani, 2025
Come si comporta Warburg con gli Hopi? Come gli antropologi depositari di una mentalità coloniale: preleva, senza troppe remore, i loro oggetti, i loro simboli, persino la loro immagine attraverso la fotografia. Stimilli ricorda che gli Hopi, una tribù indiana dei Pueblos, erano spaventati dalla macchina fotografica, perché credevano che potesse rubare loro l’anima. Così non erano contenti di essere fotografati, mentre Warburg, nota Stimilli analizzando una foto celebre, dà prova di una certa violenza costringendo l’indiano a starsene fermo accanto a lui mentre lo tiene per un braccio perché, evidentemente, era restio a farsi fotografare. Ed è proprio questa la ragione per cui la mostra è saltata [nel 2014 a Boulder]: alcuni docenti all’Università del Colorado, appartenenti alle diverse tribù indiane, si sono opposti all’intenzione degli organizzatori di esporre materiali che ancora oggi creano problemi morali e spirituali agli eredi degli indigeni di un secolo fa. Il Museo, intimorito dalle promesse di boicottaggio e dalle polemiche sui giornali, ha abbandonato il progetto [di esporre la collezione di Aby Warburg]
Cecchetti, 2014
1.
2.
Qualunque Atlas – come ogni archivio – porta in sé le tracce della violenza di un incontro che è stato spesso collisione, quando non sopruso: violenze accumulate che conoscono metamorfosi dolorose nella collezione, nella conservazione così come nell’abbandono che contraddistinguono la vita degli archivi. Di queste violenze, che spesso generano non solo vendette ma inattesi rovesci (non sono gli archivi stessi e i materiali che vi sono conservati l’ostinata r-esistenza di un passato che infesta e assedia il nostro presente, il nostro tempo?), dobbiamo assumere tutte le conseguenze.

Senza questo atto di responsabilità non c’è incontro etnografico o clinico che possa liberarci dalle scorie di quanto già accaduto, né Atlas che eviti l’arroganza di un sapere sordo alle voci degli ultimi.


Un furto grafico lo abbiamo fatto, come di altri furti sono fatti gli atlas e gli archivi. Sfogliare le pagine di un libro come Il rituale del serpente di Aby Warburg non lascia d’altra parte margine di dubbio. Ma perché rubare ancora?

Lasciamo qualche indizio su questa violenza non evitabile
Ciò che viene qui presentato proviene da quelli che sono stati definiti degli “archivi di intensità”: archivi degli ex-ospedali psichiatrici, dossier clinici di pazienti seguiti nei servizi, testi letterari, disegni, fotografie …, sapendo che ciò che in essi rimane è ciò che sopravvive in modo corrotto, trasformato sia dalla storia sia dal dispositivo stesso di archiviazione, dal suo moto perpetuo di accumulazione, montaggio e abbandono. Non vogliamo proporre in questo Atlas concetti-chiave o definizioni fissate una volta per tutte, come in tanti manuali, ma suggerire costellazioni tematiche e profondità di senso, in grado di promuovere articolazioni utili per una clinica e una ricerca disobbedienti.
Questo Atlas gioca evidentemente con le formule e le strategie adottate da Aby Warburg, nel suo ultimo lavoro incompiuto:
Bilderatlas Mnemosyne. Nel farlo, attraversiamo un territorio di contraddizioni: le stesse che hanno conosciuto coloro che da “persone vive” si sono viste trasformare in “documenti storici” e antropologici, in meri oggetti di conoscenza. Come far respirare nuovamente questi archivi?
Se Ernesto de Martino aveva definito queste contraddizioni un autentico “scandalo”, noi vogliamo percorrere questo stesso territorio di domande e di riflessioni critiche proponendo le chiavi di lettura che ci hanno accompagnato nella costruzione di un sapere esitante.

Per "violenza non evitabile" de Martino intende quella esercitata dall'etnografo e che genera in chi fa ricerca un "debito non interamente estinguibile" (La terra del rimorso)
* l’espressione è di
Georges Didi-Huberman
*
Bilder aus dem Gebiet der Pueblo-Indianer in
Nord-Amerika, nella sua versione originale.
Qui si trova la traduzione in inglese
lo scandalo dell’incontro
etnografico con
“umani cifrate”
Ernesto de Martino,
La fine del mondo
* Ernesto de Martino,
La terra del rimorso
*
leggere gli approfondimenti
Archivio dell'Ospedale psichiatrico di Colorno (PR)
foto: Samuele Silva
Archivio dell'ex Manicomio di Racconigi (CN)
foto: Samuele Silva
Queste linee, queste autrici e questi autori hanno costituito le premesse della nostra ricerca, orientandoci nell’analisi dei nuovi archivi della sofferenza e lungo le linee di resistenza di chi non è stato, malgrado tutto, vinto dalla tragedia.
L’etnografia nata dalle sensibilità e dagli interessi appena evocati è stata in grado di sviluppare una nuova metodologia di ricerca, di cogliere i ricordi delle culture spossessate e la dolorosa esperienza dell’esclusione, di registrare i documenti acustici e visivi di saperi in via di scomparsa ma anche di memorie individuali a lungo occultate e dimenticate (come nel caso degli archivi sonori raccolti da Maria Pia Bruzzone nell’ex-ospedale psichiatrico di Arezzo). Registrando i canti di protesta dei braccianti, i lamenti dei contadini, le ninne nanne delle madri povere del Sud Italia, è stato possibile immaginare un approccio radicalmente diverso al “soggetto etnografico” e sono state gettate le basi per una antropologia decoloniale.

Questo nuovo approccio è sintetizzato dalla consapevolezza espressa da Ernesto de Martino sul ruolo politico dell’intellettuale di fronte alla povertà dell’Italia meridionale. Analogamente a de Martino, Frantz Fanon, figura pionieristica della decostruzione e dell’epistemologia decoloniale, ha saputo analizzare le dimensioni del razzismo, della violenza epistemica e dell’alienazione, criticando la presunta “oggettività” nella metodologia delle scienze sociali e rovesciando le pretese scientifiche della psichiatria coloniale. Oltre a questo, sia de Martino che Fanon indagano l’esperienza della “fine del mondo”, la crisi radicale, cioè l’apocalisse psicopatologica, culturale e politica.
più che di anamnesi sarebbe legittimo parlare di atti di “amnesia”.
Se guardiamo più vicino a noi, il progetto di esplorare gli archivi psichiatrici, partendo dal punto di crisi del paradigma introdotto dall’esperimento di Franco Basaglia, suggerisce un’ulteriore azione: concepire l’archivio come un territorio in cui diventa possibile rompere la narrazione o la rappresentazione dominante della follia (e più in generale dei gruppi subalterni) e far risorgere altri linguaggi e tracce, conoscenze e pratiche soggiogate. In questo senso, gli archivi possono, a certe condizioni, riuscire a travalicare i confini nazionali e temporali facendosi leva di cambiamento e di coscienza storica. È il caso delle istituzioni psichiatriche come quelle degli ospedali di Collegno e Grugliasco: dove i documenti delle violenze esercitate sui pazienti (quelle realizzate ad esempio dal dottor Giorgio Coda ai danni dei bambini ricoverati a Villa Azzurra), il dolore e le umiliazioni di questi ultimi, avrebbero innescato un mutamento decisivo nella percezione delle istituzioni manicomiali, mostrando la complicità di quelle cartelle cliniche che pretendevano condensare in qualche riga la vita e le esperienze dei pazienti.

Questa è una prassi che caratterizza il funzionamento di tutti gli Stati autoritari (come l’Unione Sovietica, ad esempio, che ha cercato di “sterminare” il passato delle società mongole), e forse dello Stato-nazione stesso. È il caso dello Stato postcoloniale del Mozambico, che ha cercato invano di cancellare le conoscenze dei guaritori e le pratiche terapeutiche locali, definendole come una mera forma di oscurantismo.
Qui la ricerca incontra uno dei suoi oggetti più importanti. Lavorare con gli “archivi come soggetti” significa non solo recuperare un passato messo a tacere, ma anche riconoscere una violenza spesso diretta “contro il passato”.
*
*
* Mal d'Archive: une impression freudienne - Les désastres qui marquent cette fin de millénaire, ce sont aussi des archives du mal: dissimulées ou détruites, interdites, détournées, “refoulées”. Leur traitement est à la fois massif et raffiné au cours de guerres civiles ou internationales, de manipulations privées ou secrètes. On ne renonce jamais, c’est l’inconscient même, à s’approprier un pouvoir sur le document, sur sa détention, sa rétention ou son interprétation
* Along the Archival Grain: Epistemic Anxieties and Colonial Common Sense
Le Goût de l'archive
Il s'agit d'écrire depuis ce qui résiste, est demeuré trace malgré un long oubli et vaut d'être exposé
Se tutte le società cercano di documentare, conservare, preservare e imporre un’immagine specifica di sé alle generazioni future, allora sono la scelta dei materiali, le rovine su cui sono costruiti e le voci smorzate di coloro che devono essere dimenticati o esclusi a costituire la questione cruciale degli archivi. Gli archivi coloniali, psichiatrici o giudiziari sono espressioni esemplari di questo immenso "lavoro di archiviazione" volto a ricordare e allo stesso tempo a nascondere "un’affascinante combinazione di ciò che nega e di ciò che vuole a tutti i costi sentire" (è Arlette Farge a ricordarlo in Il piacere dell’archivio).

Ammettendo l’incompletezza ontologica degli archivi (“Archivez, archivez, il en restera toujours quelque chose!”), la nostra ricerca è particolarmente interessata a indagare ciò che gli archivi dicono nonostante se stessi. L’etnografia diventa pertanto un metodo complementare, anzi necessario, per “redimere” il lavoro classico sugli archivi. In questo senso, il progetto aderisce pienamente alla proposta di Ann Stoler, che suggerisce un passaggio “dall’estrazione all’etnografia” negli archivi coloniali e di altro tipo: un “passaggio dall’archivio come fonte all’archivio come soggetto”.

Antropologhe e antropologi sanno che gli archivi non limitano il loro ruolo alla conservazione di testi, memorie o documenti privati e pubblici: sono allo stesso tempo uno spazio di lotta per imporre un significato particolare alle cose e agli eventi. Il lavoro di archiviazione di fronte a un testo che è presente, ma che spesso si riferisce a qualcosa o qualcuno che è assente, indugia su questa tensione. Gli sforzi compiuti per nascondere o cancellare alcuni materiali sono talvolta ancora più rivelatori di ciò che l’archivio contiene: la strana compulsione a registrare il negativo, l’orrore; e poi cercare di nasconderlo per farci dimenticare. Quando si fa riferimento al caso degli scritti dei “malati di mente” e dei “detenuti”, il lavoro di archiviazione rivela un vero e proprio “contro-archivio”, in grado di conservare malgrado tutto parole e ricordi repressi all’interno delle istituzioni totali. In questo senso, i materiali di cui il progetto intende occuparsi (racconti di violenza istituzionale, abusi e pratiche disumane da parte della medicina e della psichiatria, contaminazione degli ambienti da parte delle industrie e altro ancora) definiscono un altro capitolo di quegli “archivi del male” sui quali Jacques Derrida ha attratto il nostro sguardo.
“Archivio” è un concetto carico di implicazioni politiche, storiche ed epistemologiche. L’archivio è “innanzitutto la legge di ciò che può essere detto,
il sistema che governa la comparsa delle dichiarazioni come eventi unici”
Michel Foucault
“L'archeologia del sapere”